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Un saluto a Cristina Mondadori

Per dirla con un’espressione anglosassone la mamma era un character. Un personaggio, una di quelle persone che quando non ci sono creano un vuoto e quando ci sono occupano inevitabilmente la scena. Egocentrica e allo stesso tempo generosissima, spiritosa, affabulatrice, anche un po’ ripetitiva, non chiudeva mai le parentesi nei suoi racconti, anticonformista ma di vecchio stampo, priva di pregiudizi. Da suo padre Arnoldo aveva ereditato una volontà di ferro nel raggiungere gli scopi che si prefiggeva nella vita. Quando quattordicenne vide mio padre che aveva sei anni più di lei a una festa a casa della sorella, decise che quello era l’uomo che voleva sposare. E così fu.
Quando decise che la sua vita di donna a casa era finita e volle riprendere gli studi a 40 anni, terminare il liceo classico dopo averlo abbandonato a 18 per sposarsi, laurearsi in medicina, fare la cardiologa e poi, perché troppo sensibile ai malati, diventare psichiatra infantile, ci riuscì fino in fondo.
Credo che sia stata una delle pochissime persone in grado di “estirpare” il soprannome di bambina che l’aveva contraddistinta per 40 anni (Pucci) e ripristinare il suo nome vero, Cristina.
Affiancava il suo impegno medico e sociale (non dimentichiamo la creazione della Fondazione Benedetta d’Intino a cui ha dedicato gli ultimi vent’anni della sua vita e che le valse un Ambrogino d’oro) alla sua vita familiare, tenendo unita la nostra complicata famiglia o meglio le nostre complicate famiglie, come le piaceva dire, con puntuali festeggiamenti di compleanni, a cui era praticamente vietato mancare, oppure gestendo una rigorosa agenda del viavai di figli e nipoti fidanzati e amici nei luoghi di vacanza estiva, e organizzando dettagliatissimi natali sul lago la cui preparazione iniziava settimane prima, sull’esempio di quelli di sua madre Andreina.
Dovevamo comunque stare tutti uniti. Anche qui non ha fallito.
Questi ultimi tre anni sono stati difficili per lei. Sempre più limitata nella sua libertà d’azione ha tentato in ogni modo di “tornare com’ero prima” come spesso diceva. In una lotta impari con la malattia.
Con la morte aveva un rapporto laico e pratico, tipico dei Mondadori e della cultura contadina delle sue origini.
Come il nonno volle una tomba all’ingresso del monumentale – così si faceva poca strada per andarlo a trovare – così la mamma qualche anno fa, alla mia domanda sul perché stesse facendo in pieno luglio dei lavori nella sua stanza, mi spiegò che aveva calcolato che quando il momento sarebbe venuto, la bara non sarebbe passata dalla porta e quindi bisognava allargarla, evitando imbarazzanti lavori murari nei momenti estremi.
Altro esempio la sua volontà, che abbiamo rispettato, di annunciare la sua scomparsa dopo il funerale. “Ai funerali viene anche un sacco di gente inutile solo per chiacchierare e far pettegolezzi.”
Dicevo della volontà della mamma di superare ogni ostacolo. Possiamo dire che quando ha capito che quest’ultima malattia non sarebbe riuscita a sbaragliarla, ha voluto lasciarsi andare. Ha tenuto le sue forze per essere presente al matrimonio di sua nipote, una di quelle feste familiari che lei amava organizzare e poi ancora una volta ha deciso: deciso di non sopravvivere a se stessa. E con la stessa determinazione ci ha serenamente lasciato.


Luca Formenton
Milano, 8 giugno 2015
 
 

 

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