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Il «Corriere» tra Stalin e Trockij 1926-1929

Il «Corriere» tra Stalin e Trockij 1926-1929

Il periodo che va dal 1924 – anno della morte di Lenin – al 1927 è, nella storia dell’Unione Sovietica, quello che ancora oggi rimane per molti versi il più oscuro: la lotta apertasi nelle alte sfere del Partito per la successione al Capo vide concorrere due figure chiave della politica mondiale degli anni venti, l’intellettuale ebreo Bronštein detto Trockij, già comandante dell’Armata rossa e braccio destro di Lenin, e l’ombroso Džugašvili detto Stalin, un georgiano malvisto ai piani alti del Partito e «sconsigliato» da Lenin stesso ai suoi quadri in un «Testamento» poi obliato nell’Urss staliniana, e la cui storia è ricostruita nella documentatissima introduzione di Canfora. È noto che fu Stalin a spuntarla, portando seco delle posizioni decisamente più conservatrici del rivale e riuscendo a emarginarlo dalla vita politica del paese.

La corrispondenza da Mosca di Salvatore Aponte, inviato del «Corriere» in Russia, racconta proprio di questa lotta e, per questioni cronologiche, entra nel primo biennio di governo staliniano, fermandosi al varo del primo piano quinquennale e concentrandosi con particolare attenzione sulla persecuzione dei trockisti in seguito alla sconfitta della loro linea; il volume, che non è in commercio, è stato redatto in seguito a un lungo lavoro negli archivi di via Solforino e riporta anche il carteggio che in quegli anni Aponte intrattenne con il direttore del «Corriere».

La particolarità degli scritti qui raccolti, al di là del tema di per sé straordinariamente interessante e centrale per la storia del XX secolo, è il punto di vista che Aponte mantiene quasi costantemente nel corso del quadriennio moscovita: come infatti accenna Piergaetano Marchetti, presidente della Fondazione Corriere della Sera, nella Presentazione, il «Corriere» di quegli anni è un giornale sempre più vicino alle posizioni mussoliniane. Il racconto delle vicende del Cremlino, dunque, viene condotto da un punto di vista per così dire “esterno”: è lo sguardo di un anticomunista che vive sulla piazza Rossa. Valga come esempio un articolo del 25 gennaio 1927, dedicato a Una conferenza sul fascismo a Mosca, in cui Aponte si diverte a deridere l’ignoranza dei russi in materia di cose italiane (ma, del resto, il pubblico russo «può informarsi soltanto a traverso la stampa sovietica e (…) conosce soltanto l’eloquenza politica dei comunisti»), non prima di aver specificato, però, che l’immagine che si ha in Russia del Fascismo (sempre maiuscolo) è, naturalmente, «deformata».

Andrea Tarabbia

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