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Il romanzo e la realtà. Cronaca degli ultimi sessant’anni di narrativa italiana

Il romanzo e la realtà. Cronaca degli ultimi sessant’anni di narrativa italiana

È il momento, questa prima metà del 2010, dell’uscita di opere a firma dei maggiori critici letterari italiani che hanno tutte un tratto in comune piuttosto curioso: si tratta di lavori di varia ampiezza che altro non sono se non raccolte, antologie di scritti che coprono un arco più o meno vasto della produzione degli studiosi che le firmano. È il caso, ad esempio, del bilancio sulla “letteratura degli anni zero” proposto da Giulio Ferroni per i tipi di Laterza con Scritture a perdere, o di Potresti anche dirmi grazie. Gli scrittori raccontati dagli editori, succoso percorso nell’editoria italiana del dopoguerra che Paolo Di Stefano ha tracciato nel corso di anni di terze pagine, e che oggi ripropone per Rizzoli.

A questa tendenza non si sottrae un altro mostro sacro della nostra critica, Angelo Guglielmi, che sotto il titolo di Il romanzo e la realtà propone una scelta delle recensioni che dalla metà degli anni cinquanta è andato scrivendo sui quotidiani e sui periodici coi quali ha collaborato. Diviso in tre sezioni che sono periodi storici delle nostre lettere (1955-1970, 1970-1980 e 1980-2010), il volume recensisce il Pasticciaccio come Gomorra, Un borghese piccolo piccolo come La noia, Fratelli d’Italia come Romanzo criminale, tenendo insieme questo materiale così ampio e diversificato attraverso brevi introduzioni critiche che accompagnano ogni sezione: così la prima parte, dedicata alla Rivolta delle parole, traccia un bilancio dell’epoca delle avanguardie e del neorealismo; la seconda, La parola risparmiata, viaggia attraverso i registri dell’alto e del basso per spiegare la letteratura degli anni settanta; la terza, La parola ritrovata, fa i conti con l’idea, comune a certa critica, che il romanzo italiano sia ormai morto, facendo però intravedere un barlume di ottimismo davanti a esperienze di ricerca editoriale e letteraria come quella avviata da Pier Vittorio Tondelli.

Il problema è che anche queste considerazioni preliminari sono, per così dire, «d’epoca»: se è vero che, nella breve introduzione metodologica, Guglielmi dice di non essere uno storico della letteratura, ma un critico militante – cosa che gli consente di trascurare certi fenomeni in favore di altri –, è altrettanto vero che ci si sarebbe aspettati, visti il titolo, il sottotitolo e l’autore, un’idea critica forte, un bilancio di cinquant’anni di parole e non il semplice collage di materiali già editi.

Andrea Tarabbia

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