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Dopo due anni e mezzo di incertezze, il 31 gennaio 2020 è successo per davvero: il Regno Unito è uscito dall’Europa. Secondo la tautologia proposta da Theresa May, primo ministro entrato in carica subito dopo il referendum, «Brexit vuol dire Brexit». Su che cosa significherà realmente regna ancora l’incertezza: ma nel frattempo diversi scrittori, più o meno esplicitamente, si sono confrontati con le conseguenze dell’uscita sull’immaginario collettivo. In un simile contesto emergono alcuni dati significativi: la predilezione per alcuni generi, l’opposizione tra città e campagna, e i rapporti generazionali.

 

Il «Financial Times» l’ha battezzata “BrexLit” nel 2017 ed è ormai oggetto di diverse pubblicazioni accademiche: è la produzione letteraria che si confronta, più o meno indirettamente, con la Brexit. Dal referendum del 23 giugno 2016 in poi diversi scrittori hanno scelto di confrontarsi con le conseguenze, più o meno immediate, della possibilità di un’uscita del Regno Unito dall’Europa. Eppure di Europa, come viene evidenziato anche dal «Financial Times», si parla poco. Gli occhi dei romanzieri sono puntati su un’isola dai confini sempre più angusti, che guarda al proprio interno anziché oltre la Manica. A conferma del carattere “insulare” dei romanzi pubblicati, va osservato che le opere che si sono susseguite dal referendum in poi si possono raggruppare all’interno di generi da lungo tempo ben insediati nel sistema letterario inglese, quali il romanzo sociale o condition of England novel, la satira con torsione distopica, e la spy fiction.

Complici la fama consolidata dell’autore, Jonathan Coe, e la sua capacità di fornire un affresco sociale in romanzi ad alta leggibilità, l’opera che forse ha dato rappresentazione più completa dell’Inghilterra ai tempi della Brexit è Middle England (2018; Feltrinelli, 2019, traduzione di Mariagiulia Castagnone). Le vicende narrate nel romanzo, ambientato tra i dintorni di Birmingham e Londra, coprono quasi per intero il secondo decennio del XXI secolo, dalle elezioni del 2010 che riportano al potere i conservatori dopo anni di governi laburisti inaugurati da Tony Blair, alle conseguenze del referendum (l’ultima parte è ambientata alla fine del 2017). In Middle England ritroviamo i fratelli Trotter, protagonisti dei due romanzi dedicati da Coe agli anni settanta e novanta-primi duemila (ovvero al pre- e al post-Thatcher), rispettivamente La banda dei brocchi (2001; Feltrinelli, 2004, traduzione di Roberto Serrai) e Il circolo chiuso (2004; Feltrinelli, 2005, traduzione di Delfina Vezzoli).

Benjamin ha venduto la casa di Londra e si è ritirato a scrivere in un mulino sulle rive del Severn, vicino alla città natale, Birmingham. Paul torna dal Giappone per il funerale della madre. Sophie, figlia di Lois, sta iniziando la carriera accademica e si innamora di Ian, istruttore di guida originario di un paesino vicino a Stratford-on-Avon, cuore di quella “Middle England” che dà il titolo al romanzo. Le tensioni nella relazione tra Sophie e Ian, date le differenze di estrazione sociale e culturale, si allineano ben presto a quelle che dividono il paese: quando la psicoterapeuta a cui si sono rivolti chiede loro perché il fatto che Ian abbia votato a favore dell’uscita sia un problema per Sophie, i due rispondono: «Perché mi ha fatto pensare che lui, come persona, non sia aperto come credevo. Che il suo modello di relazione si riduce fondamentalmente all’antagonismo e alla competizione, non alla collaborazione» (Sophie) e «Invece io penso che mia moglie sia molto ingenua, che viva in una bolla e non capisca perché altre persone intorno a lei possano avere opinioni diverse dalle sue. E questo la porta a prendere un atteggiamento particolare. Un atteggiamento di superiorità morale» (Ian). Alla storia tormentata di amore e politica si affiancano la crisi personale e creativa di Ben, e quella familiare e professionale dell’amico Doug, giornalista di sinistra, democratico, messo con le spalle al muro dalla figlia Coriander che lo accusa di essersi irrimediabilmente imborghesito e da Nigel Ives, figlio di un compagno di classe che lavora per l’ufficio comunicazione di Cameron e con il quale Doug si incontra clandestinamente per confrontarsi su eventi impensabili – come l’uscita dall’Europa e l’elezione di Trump – che invece si realizzano puntualmente entro la fine del romanzo.

Accanto al romanzo di Coe troviamo la satira di swiftiana memoria, da sempre privilegiata dagli scrittori inglesi in tempi di fermento politico: se già nel 1701 Daniel Defoe in una satira che andrebbe oggi tradotta, The True-Born Englishman, sottoponeva a una spietata interrogazione i caratteri essenziali della Englishness, dal 2016 a oggi due voci hanno scelto il genere per confrontarsi con il tema. Una è Ian McEwan, che nell’autunno del 2019 ha dato alle stampe un instant book, The Cockroach, in cui uno scarafaggio si sveglia, un bel mattino, trasformato in un primo ministro. Una satira di maggiore estensione è invece quella offerta da Sam Byers, classe 1979, una delle voci più interessanti della narrativa inglese contemporanea, che con Idiopathy (2013), vicenda ai limiti rappresentativi del reale ma decisamente realistica, o meglio, verosimile, aveva già dato prova di saper piegare i modi satirici all’analisi della società inglese contemporanea. In Perfidious Albion (2018), romanzo dal titolo quanto mai eloquente, Byers immagina che, subito dopo Brexit, una multinazionale nel campo informatico acquisisca un quartiere di una cittadina vicino a Londra costruito negli anni sessanta per ripopolarlo e renderlo laboratorio di un esperimento sociale e di organizzazione del lavoro. A opporsi è un’impiegata dell’azienda che si unisce nella lotta, clandestina e condotta a colpi di maestria informatica, alla fidanzata di un giornalista rampante che copre la vicenda e si piega a bieche ragioni di convenienza politica per ottenere l’agognata fama. La Brexit è in questo caso lo stato di emergenza politica e sociale che ha fatto riemergere – come d’altronde si capisce anche nel romanzo di Coe – divisioni e tensioni sociali e razziali che percorrono il paese da tempo.

L’esperimento forse più interessante, non tanto per gli esiti quanto per la volontà di rappresentare le contraddizioni insanabili del paese ma anche il discorso a favore della permanenza all’interno della Comunità europea. Romanzo commissionato in seguito al referendum a Anthony Cartwright, classe 1973, già autore di due opere improntate al realismo documentario sull’Inghilterra profonda e postindustriale (Heartland, [2009] 2013, traduzione di Daniele Petruccioli e Iron Towns, [2016] 2017, traduzione di Riccardo Duranti, entrambi usciti per i tipi di 66thand2nd), Il taglio (2017; 66thand2nd, 2019, traduzione di Riccardo Duranti) è ambientato a Dudley, nella cosiddetta Black Country, un tempo terra di fonderie e oggi tra le zone svantaggiate del paese. Protagonisti del romanzo sono Grace Trevithick, documentarista figlia di accademici londinesi, e Cairo Jukes, quarantenne già nonno, ex pugile incassatore e ora impiegato a giornata nella bonifica di terreni dai materiali industriali. Grace giunge a Dudley per documentare i sentimenti della popolazione riguardo al referendum, Cairo si lascia intervistare e fra i due nasce un amore destinato a precipitare senza rimedio nel divario sociale che li divide. La narrazione in terza persona alterna capitoli intitolati «Prima» e «Dopo» (il referendum), si focalizza sia su Cairo sia su Grace. A differenza di altri romanzi in cui gli abitanti della provincia rischiano di essere meri portavoce delle ragioni del “Leave”, Il taglio dà ampio spazio al punto di vista di un vinto come Cairo, il quale durante il primo incontro dice a Grace: «Quello che voialtri volete dire è che è tutta colpa dell’immigrazione. Che noi siamo tutti razzisti. Che siamo tutti stupidi. Non volete sentire che le cose magari sono un po’ più complicate. Così vi sentite meglio. Non avete preso in considerazione l’ipotesi che magari il problema siete voialtri». A differenza dell’ex amico Tony, che ha sposato l’ex moglie di Cairo, si è arricchito e milita nel movimento xenofobo di Nigel Farage (Ukip), Cairo non ha rinunciato al dialogo, e non ha rinnegato le proprie origini operarie, gelosamente conservate dal padre, custode della memoria storica locale. Ma è isolato, e, dopo un breve idillio postindustriale che fa da efficace controcanto all’immagine eterna e immutabile della ricca campagna inglese ancora oggi così forte nel nostro immaginario, il suo amore con Grace termina in tragedia.

Più difficilmente ascrivibili a generi consolidati, e con una maggiore sperimentazione nella gestione della voce narrante che in alcuni casi abbandona il narratore in terza persona che dall’esterno compone, pure con le dovute differenze, le diverse parti di una narrazione nazionale fratturata, troviamo Ali Smith con la tetralogia delle stagioni (Autunno, [2016] 2018, Inverno, [2017] 2019, Primavera, [2019] 2020, usciti per i tipi di Big Sur con traduzione di Federica Aceto, e Summer, previsto per il luglio 2020) e Rachel Cusk con l’ultimo volume della fortunatissima trilogia dell’ascolto (Resoconto, [2014] 2018, Transiti, [2017] 2019, e Onori, [2018] 2020, usciti presso Einaudi con traduzione di Anna Nadotti). Se in Smith il formato seriale è scelto appositamente per registrare i cambiamenti “atmosferici” che il referendum ha portato nelle varie parti del paese, Cusk in Onori lascia che la scrittrice Faye, protagonista della trilogia che incontriamo prima ad Atene (Resoconto), poi di ritorno a Londra (Transiti) e finalmente in giro per festival letterari in Europa, porti il tema del “divorzio” del proprio paese in un dialogo cosmopolita, facendone appunto la materia dell’ascolto che dà il titolo alla trilogia.

All’interno di una produzione tanto diversificata quanto ancora in divenire, si possono individuare alcuni aspetti comuni, alcune dorsali compositive e tematiche lungo le quali si strutturano i diversi romanzi. In primo luogo è evidente il ritorno della contrapposizione netta tra città e campagna, tra quella country (che in inglese significa anche “paese”) e la city, spesso sinonimo di Londra. La troviamo in Middle England, nel quale diverse pagine sono dedicate all’attraversamento delle Midlands semiurbanizzate in cui si muove Ben Trotter seguendo il corso del Severn («sinuoso e amico, che scorreva oltre il pub nel suo vagare immutabile e lento dalla casa mulino, a sessanta chilometri di distanza»), a cui viene contrapposto il Tamigi, che «si snodava come un grande nastro sporco, fino a ridursi a una striscia di luce che baluginava all’orizzonte, offuscata dallo smog». Ma è ben chiaro che quello di Ben è un rifugio da eremita, che non lo rende cieco davanti al paesaggio completamente mutato di una zona un tempo industriale in piena dismissione, con ovvie conseguenze a livello di coesione sociale. Londra è tuttavia una città lontana e inavvicinabile, dove Doug è “ostaggio” nell’elegante dimora di Chelsea che si può permettere grazie alla rendita di cui vive la moglie. Londra, e nella fattispecie il quartiere di Hampstead da cui viene Grace nel Taglio, collina un tempo bohémien, dimora di scrittori e intellettuali e oggi tra i luoghi più cari della capitale, è lontanissima anche dal contesto deprivato della Black Country. La città è ormai un fortino inespugnabile da cui si sentono esclusi anche Laura Demand, la giovane ricercatrice protagonista di Autunno che torna in provincia dalla madre perché non si può quasi più permettere nemmeno l’appartamento in cui ha vissuto da studentessa, e la coppia di liberi professionisti in crisi protagonista di Le circostanze di Amanda Craig (2017; Astoria, 2019, traduzione di Valentina Ricci), che vende il proprio appartamento e si trasferisce nel Devon, dove entra in contatto con la “vera” Inghilterra: non quella della rigogliosa campagna immortalata da Jane Austen ma con la popolazione locale, divisa tra autoctoni pro-Brexit e immigrati dell’Est europeo.

Un altro elemento comune ai diversi romanzi è il difficile confronto tra generazioni: lo ritroviamo sempre in Coe, in cui gli spensierati membri della Banda dei Brocchi vengono messi davanti ai propri fallimenti dai figli millennials; o in Cartwright, dove Cairo, che pure stima e ammira il padre, non riesce a prendere da lui il testimone della lotta operaia che negli anni ottanta ha resistito a lungo alle misure draconiane della Thatcher. Il dialogo difficile tra generazioni è anche presente nell’ultimo romanzo del maestro di un genere tipicamente inglese, la spy fiction. In La spia corre sul campo (2019; Mondadori, 2019, traduzione di Elena Cappellini) John Le Carré si affida a un narratore autodiegetico, Nat, agente quarantasettenne dell’MI6. All’inizio del romanzo, Nat confessa alla figlia di essere «una spia» e nel corso della narrazione si esprime più volte contro la follia della Brexit. La spy fiction, da sempre genere deputato a indagare il rapporto tra l’Inghilterra e gli altri (invasori tedeschi all’inizio del secolo, russi e americani durante la Guerra fredda), offre a Le Carré l’occasione di mettere in forma narrativa un’ulteriore ricollocazione dell’Inghilterra sullo scacchiere geopolitico mondiale, in cui la Brexit è la decisione più importante che il popolo inglese si è trovato a prendere dal 1939.

Insomma, la Brexit (in modo analogo all’era thatcheriana, come è stato osservato) sembra aver dato un impulso creativo non indifferente all’industria letteraria britannica: industria, perché non pochi sono i casi (tra quelli qui analizzati, Coe, Cartwright e Smith) in cui l’editore ha richiesto di “rispondere” agli eventi che hanno portato all’uscita del Regno Unito dall’Europa. Difficile ancora dirsi se questo impulso porterà a risultati che rimarranno tangibili anche una volta passata l’emergenza: ad accomunare i romanzi della BrexLit è ancora, infatti, un’urgenza a intervenire su fatti molto puntuali del presente, al limite della cronaca messa in forma narrativa, che talvolta porta a stridori nella voce del narratore, sotto la quale si avvertono troppo forti i lineamenti se non dell’autore, dell’autore implicito. Ma un dato è certo: le fratture della Brexit hanno dato ai lettori una diversa mappa dell’immaginario sull’isola, una mappa meno ripiegata sul passato e più utile a esplorare le contraddizioni del presente.