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«E questa storia che m’intestardo a scrivere». Vincenzo Consolo e il dovere della scrittura


Moltissime testimonianze di scrittori ci impongono di prendere atto che, in letteratura, scrivere significa anche, anzi soprattutto ri-scrivere. La frequentazione degli archivi degli scrittori ci permette di vivere dall’interno la complessità e la fatica che stanno dietro quei testi che chiamiamo “letteratura”. Contro tutte le estetiche del “genio” e dell’ispirazione (ancora dure a morire) le carte degli scrittori ci fanno percepire fino a che punto la scrittura letteraria sia duro lavoro, sofferenza, artigianalità, e fino a che punto i risultati più alti siano il frutto di un tentare e ritentare estenuante, potenzialmente senza fine: come ci ricorda proprio il papà della variantistica, Gianfranco Contini. Più in generale, secondo le indicazioni di un memorabile saggio di Walter Benjamin,1 l’arte andrebbe sempre riportata alla sua esecuzione: cioè a una professionalità che si fa anche etica.
Se questo è vero per ogni scrittore, verrebbe da dire, forzando appena i termini della questione, che per Vincenzo Consolo (Sant’Agata di Militello, 1933-Milano, 2012) è ancora più vero, dal momento che in lui la tensione estrema verso una scrittura sperimentale (ma, si badi bene, non avanguardistica) coincide con un’etica severissima, che fa della scrittura letteraria, sempre e comunque, un atto politico.
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Le carte dell’Archivio Consolo rendono conto dello straordinario rigore del lavoro dello scrittore di Sant’Agata di Militello attraverso oltre mezzo secolo: all’incirca dal 1960, anno a cui risalgono con ogni probabilità le pagine manoscritte più antiche, al 2012, anno della morte dello scrittore.

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