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Walter Bonatti nasce a Bergamo il 22 giugno 1930. Esordisce come ginnasta della «Liberi e Forti», si impiega alla Falck ed entra nel gruppo monzese dei «Pelle e oss». Come l’alpinista Riccardo Cassin appartiene all’aristocrazia operaia, e come lui si avvicina alla Grigna. Diciannovenne, ripete le vie aperte dal friulano-lecchese sullo sperone Walker del Monte Bianco e sul Badile. Poi scala la est del Grand Capucin, l’Aiguille Noire de Peuterey per cresta sud, la direttissima della cresta di Furggen al Cervino, iniziando una grande stagione di prime ascensioni. Diventato guida alpina, nel 1954 viene chiamato a far parte della spedizione Desio al K2, dove rischierà la morte e verrà calunniato, trovando giustizia solo dopo mezzo secolo. Per liberarsi dal ricordo dell’amara avventura himalayana, con una solitaria di sei giorni scala il pilastro sud-ovest del Petit Dru, forse la sua impresa più ardita e straordinaria, assieme alla via con cui nel 1965 sceglie di concludere la propria attività di alpinista: la prima ascensione del Cervino per diretta Nord, in invernale solitaria. In questo decennio si collocano altre grandi imprese tra cui il tentativo di solitaria alla roulette russa dell’Eiger, dove riesce a scendere malgrado la frattura alle costole causata da una pietra.
Poi i grandi reportage per «Epoca», settimanale pubblicato dalla Arnoldo Mondadori Editore, nei quali racconta, come inviato, le sue esperienze di esplorazione e avventura nelle regioni più impervie del mondo. Sulle tracce di Conrad, Melville, Stevenson, London, Defoe, autori preferiti dell’adolescenza, Bonatti viaggia dall’Alaska alla Valle della Morte, dall’Antartide all’Africa sconosciuta, dalle sorgenti del Rio delle Amazzoni alla Nuova Guinea. Altri quindici anni di appassionati viaggi che si concludono nel 1979 con la fine della collaborazione con la rivista.
Nel 1986, con due compagni, ritorna in Patagonia sullo Hielo Continental, con l’intento di compiere una spedizione in completa autosufficienza, procurandosi il cibo lungo il percorso e senza utilizzare mezzi di trasporto. Costretti per difficoltà ambientali a rinunciare al loro proposito originario, i tre salgono una vetta inviolata, alla quale verrà conferito il nome di Punta Giorgio Casari, in ricordo di un amico scomparso.
Insignito di prestigiose onorificenze nazionali e internazionali, continua la sua attività di scrittore e conferenziere. Solamente dopo la revisione finale del CAI pubblicata nel 2008 a chiarimento della vicenda del K2 – che convalida la versione di Bonatti – accetterà di partecipare a trasmissioni televisive. In passato si era limitato a conferenze relative alle sue imprese e viaggi, avendo sempre cura di evitare commenti sulle vicende del K2, a cui dedicava invece ampi spazi nei propri libri, considerandole troppo lunghe e complesse da poter essere esaurite nel breve spazio di un’intervista.
Muore con lui un uomo gentile e intransigente, un eroe romantico, coerente protagonista di imprese ai limiti delle possibilità umane. Non solo uno dei più alti esponenti dell’alpinismo classico ed estremo, ma il simbolo di un amore e di un rispetto per la montagna che continuano a tramandarsi di generazione in generazione.

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