Alleanza per la lettura cercasi. Prove tecniche di collaborazione fra editori e bibliotecari

Il 2008 ha registrato un interessante novità nelle dinamiche interne alla filiera del libro: dopo anni di incomprensioni, editori e bibliotecari hanno iniziato a confrontarsi per individuare strategie per l’innalzamento dei tassi di lettura e lo sviluppo del mercato editoriale in Italia.
 
Che in Italia esista, fra le tante «questioni» nazionali, anche un problema legato ai bassi indici di lettura è fatto noto e risaputo. Le indagini realizzate fra 2006 e 2008 sono pressoché unanimi nel confermare una situazione di stallo quando non addirittura di lieve flessione: secondo l’indagine Censis, l’indagine Mondadori/Ipsos e i dati rilevati da GfK-Eurisko nel nostro paese quasi un italiano su due non legge e solo uno su venti legge più di un libro al mese; tra i lettori, la metà (46,2%) non legge più di tre libri all’anno. Un mercato, a ben vedere, fra i più angusti nel panorama europeo, dove le differenze possono arrivare a venti e più punti percentuali. Altrettanto noto è che la crisi in atto sia aggravata dall’assenza endemica di politiche nazionali o piani di intervento finalizzati a contrastare il fenomeno e ad accrescere la rilevanza sociale della lettura, e dalla fragilità strutturale delle reti di soggetti che dovrebbero essere i protagonisti di tali politiche: biblioteche e editori.
Per quanto riguarda le prime, il settore presenta forti discontinuità delle quali non è possibile cogliere compiutamente tutte le implicazioni: l’assenza di un sistema nazionale di rilevazione statistica che superi il semplice censimento delle strutture, infatti, impedisce di valutare i dati funzionali e persino i principali risultati di servizio, come il numero annuo di prestiti. Tale carenza è aggravata dallo scarso grado di cooperazione che caratterizza i rapporti fra i vari livelli istituzionali che hanno responsabilità nella gestione bibliotecaria: Stato, regioni, enti locali, università. L’universo delle biblioteche italiane comprende 12.361 istituti, per oltre la metà appartenenti agli enti locali; seguono, per consistenza, le biblioteche universitarie, ecclesiastiche, di accademie, associazioni, fondazioni (fonte: Iccu). La distribuzione territoriale evidenzia un notevole squilibrio fra Nord e Sud del paese: la metà circa delle biblioteche (50,7%) è localizzata nelle regioni del Nord, il 20,6% nel Centro e il 28,6% nel Mezzogiorno (fonte: Istat). I dati sulla consistenza del patrimonio bibliografico disegnano un panorama a prevalenza di strutture piccole e deboli: nel 68,4% dei casi le raccolte non superano i 10.000 volumi, il 28,9% può contare su una dotazione compresa fra 10.000 e 100.000 volumi, mentre soltanto il 2,7% supera tale soglia. L’inadeguatezza dell’offerta documentaria è aggravata dall’insufficienza della spesa per il potenziamento delle raccolte, stimata dall’Aie attorno al 5 % del fatturato complessivo del mercato librario nel 2003 e ridottasi negli ultimi cinque anni del 26% (dati tratti dal Libro bianco dell’editoria 2006). La divaricazione nella distribuzione territoriale dei servizi si riflette in maniera marcata sulla fruizione: secondo quanto rilevato dall’Istat, nel 2006 solo l’11,7 % della popolazione di 11 anni e più dichiarava di essere stata in biblioteca almeno una volta nei 12 mesi precedenti; di questi oltre la metà lo aveva fatto esclusivamente per motivi di studio o lavoro (51,7%), il 36,4% unicamente nel tempo libero, mentre il 10,5% per entrambi i motivi. Le biblioteche risultavano più frequentate nel Nordest (16% della popolazione) e nel Nordovest del paese (13,5%), ovvero laddove è maggiore la concentrazione di strutture e maggiormente sviluppata la gamma dei servizi offerti, mentre le percentuali diminuivano drasticamente nel Sud (7,7%) e nelle Isole (9,4%). I maggiori frequentatori, con punte superiori del triplo rispetto alla media nazionale, risultano essere ragazzi fra 11 e 17 anni, con una forte predominanza di genere femminile. A partire dai 25 anni i frequentatori calano significativamente, con una marcata accelerazione nei maschi, e dopo i 34 anni generalmente crollano sotto il 10% (questi dati e i successivi sono tratti da La lettura di libri in Italia, ricerca condotta dall’Istat nell’ambito dell’indagine multiscopo «I cittadini e il tempo libero», maggio 2006).
Questo sintetico quadro d’insieme non rende tuttavia giustizia alla complessità del sistema bibliotecario italiano: dietro il sostantivo «biblioteca» si nascondono infatti istituti di diversa titolarità e vocazione, che svolgono funzioni diversificate. Le grandi biblioteche nazionali, di titolarità statale, e le biblioteche storiche conservano patrimoni librari di inestimabile valore e sono orientate prevalentemente alla loro tutela e valorizzazione; le biblioteche universitarie svolgono una funzione di supporto alla didattica e alla ricerca, fornendo servizi di documentazione avanzata alla propria utenza istituzionale (studenti, docenti, ricercatori); le biblioteche di pubblica lettura, finanziate e gestite in massima parte dagli enti locali, garantiscono servizi bibliografici non specialistici, di consultazione, prestito, documentazione alla comunità locale di riferimento, nonché l’accesso all’informazione, la conservazione e la valorizzazione delle testimonianze registrate della storia e delle tradizioni locali, la promozione della lettura attraverso programmi strutturati e continuativi in collaborazione con scuole e associazioni del territorio, con particolare riferimento a bambini e ragazzi. Le biblioteche scolastiche – che rappresentano l’anello mancante del sistema, per via dell’assenza nel nostro ordinamento della figura del bibliotecario scolastico – assolvono il compito di sostenere l’attività didattica e l’istruzione degli studenti sino alla scuola secondaria superiore.
Di questa articolazione di ruoli e funzioni si perdono sfortunatamente le tracce nelle ricerche condotte a livello nazionale: l’Istat, per esempio, restituisce l’immagine di un istituto percepito e utilizzato dai cittadini prevalentemente come luogo dell’apprendimento, soprattutto in età scolare, e in misura sensibilmente minore per il tempo libero. Le motivazioni che spingono maggiormente le persone ad andare in biblioteca sono il prestito (59,1%), leggere e studiare (44,5%), raccogliere informazioni generali o bibliografiche (42,4%) e, in misura minore, consultare cataloghi (11,8%), prendere in prestito quotidiani e riviste (7,4%) o materiale audiovisivo (8,5%). Tuttavia, non è dato sapere se esista una correlazione fra motivazione all’uso e tipologia di biblioteca, mentre emerge una chiara differenziazione fra aree del paese: la frequentazione nelle biblioteche del Nord risulta fortemente orientata all’attività di prestito, mentre nel Centrosud prevale la consultazione dei cataloghi, la lettura e lo studio in sede, la raccolta di informazioni. Ciò appare conseguenza diretta del maggiore livello di sviluppo e di diversificazione dell’offerta di servizi raggiunto dalle biblioteche nelle regioni a nord.
All’incompiutezza del sistema bibliotecario nazionale fa da contraltare un settore dell’editoria libraria fortemente eterogeneo. Nel 2007 il mercato ha raggiunto un giro d’affari complessivo di 3.700 milioni di euro, con oltre 61.000 titoli pubblicati e 266 milioni di copie prodotte, e ha dato occupazione a poco meno di 20.000 addetti. L’Istat nel 2006 ha censito 3.149 imprese editoriali, di cui solo il 55% ha pubblicato almeno un’opera nell’anno considerato. Di queste il 61,9% appartiene alla categoria del «piccoli editori» (da 1 a 10 libri pubblicati nell’anno) e solo l’11,5% ai «grandi editori» (più di 50 titoli l’anno); questi ultimi, tuttavia, immettono sul mercato il 75 % delle opere pubblicate, pari al 90% del valore della produzione libraria nazionale. La frammentazione del settore è attestata anche dalle rilevazioni condotte dall’Aie, che nel 2007 ha stimato in 1.016 gli editori che hanno una presenza organizzata sul mercato (ovvero pubblicano almeno un titolo al mese, hanno un piano editoriale, una distribuzione in libreria e almeno 100 titoli commercialmente vivi in catalogo).
In un contesto siffatto verrebbe naturale pensare che i due principali attori della cosiddetta «filiera del libro» abbiano nel tempo consolidato, se non azioni di reciproco sostegno, almeno strategie collaborative per ovviare alle debolezze strutturali del sistema. Questa esigenza è sottolineata anche dai principali documenti internazionali d’indirizzo in tema di promozione della lettura. Se il Manifesto Unesco per le biblioteche pubbliche recita genericamente che «deve essere garantita la cooperazione con i partner relativi», la Carta del Lettore, manifesto elaborato dal Comitato per la lettura dell’Unione internazionale degli editori (Uie) sotto l’egida dell’Unesco, indica nell’ «alleanza» fra biblioteche, editori e librai – eventualmente corroborata dall’apporto di organizzazioni culturali, educative e sociali impegnate nella promozione della lettura – «il solo modo di rendere i libri e la lettura accessibili a tutti, quale che sia la condizione di ciascuno».
Il richiamo alla cooperazione contenuto nei documenti citati non è stato condizione sufficiente per avviare un confronto fra i diversi punti di vista, che in questi anni hanno preferito fronteggiarsi piuttosto che dialogare. Tra i fattori che hanno determinato lo stallo, in primo luogo una pregiudiziale di tipo ideologico, che collocava su fronti opposti e inconciliabili chi operava sulla base di finalità di pubblica utilità e in un contesto non profit e quanti appartenevano a un sistema industriale che produce utili con la vendita di prodotti culturali, frutto dell’attività letteraria e pubblicistica; in secondo luogo la percezione, nutrita in particolare dagli editori, che l’attività delle biblioteche – segnatamente il prestito e, in anni più recenti, l’accesso a risorse documentarie e informative fornito attraverso tecnologie digitali – rappresentasse una sorta di concorrenza sleale a danno del mercato editoriale, unitamente a una generale sottovalutazione del beneficio recato alla conoscenza e alla promozione del prodotto editoriale svolta dalle biblioteche; sul versante opposto, un’avversione di principio per i vincoli derivanti dalla normativa sulla proprietà intellettuale, percepiti come indebite restrizioni alla libertà d’accesso all’informazione e alla conoscenza.
Gli editori, cogliendo l’opportunità derivante dall’evoluzione di una normativa comunitaria sempre più orientata al rafforzamento delle facoltà esclusive di autori e produttori e a garantire lo sfruttamento economico dei cosiddetti «diritti secondari» (dalle riproduzioni agli utilizzi resi possibili dalle tecnologie digitali), hanno ottenuto, grazie al recepimento di alcune direttive europee, la remunerazione ope legis per le fotocopie effettuate in biblioteca e per il diritto di prestito pubblico.
I bibliotecari hanno percepito questi provvedimenti come lesivi del principio di gratuità del servizio di pubblica lettura sancito anche dal Manifesto Unesco, dando vita a campagne di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e protesta che tuttavia, pur portando questi temi all’attenzione dei media nazionali, non hanno impedito l’adozione dei provvedimenti contestati: si veda a proposito il sito della campagna europea contro il prestito a pagamento in biblioteca (www.nopago.org) e la posizione dell’Aib (www.aib.it/aib/cen/prestito0506.htm). Lo scontro sul diritto di prestito ha segnato il punto più alto del contrasto, perché capace di acuire, nella maggior parte degli operatori, il riflesso che porta da un lato a opporsi a qualsiasi istanza che miri ad allargare le maglie delle cosiddette «libere utilizzazioni», dall’altro a opporsi fermamente a qualsiasi tentativo di far valere i diritti legati allo sfruttamento commerciale della proprietà intellettuale.
E tuttavia, pur in un clima non favorevole, gli ultimi anni hanno visto l’avvio e il consolidamento di esperienze di collaborazione circoscritte ma significative, come nel caso dei «Presìdi del libro», da cui è nata nel 2006 l’associazione «Forum del libro».
Anche «Nati per leggere», progetto promosso dall’Aib con l’obiettivo di promuovere la lettura ad alta voce ai bambini di età compresa tra i sei mesi e i sei anni, è sostenuto da numerosi editori per ragazzi, che pubblicano libri in edizione speciale destinati al progetto e offrono particolari condizioni di acquisto a biblioteche, studi pediatrici, associazioni ed enti.
Il settore editoriale per i giovani lettori si è dimostrato il più sensibile alla cooperazione, come dimostra la recentissima pubblicazione del portale www.editorixragazzi.it, realizzato da Aie e dai principali editori del settore in stretta collaborazione con la Commissione nazionale biblioteche per ragazzi dell’Aib. Il sito «ha come obiettivo principale la promozione della lettura per le fasce più giovani, e intende fornire a tutti i potenziali interessati informazioni sui titoli per bambini e ragazzi in commercio» e nasce in primo luogo su sollecitazione delle biblioteche specializzate, che necessitano di informazioni affidabili, tempestive e aggiornate.
Accanto alle sperimentazioni, un’ulteriore occasione per un’alleanza più stretta è stata offerta dalla nuova legge sul deposito legale e dal relativo regolamento in vigore dal 2 settembre 2006 che, tra le maggiori innovazioni, introduce l’archivio regionale della produzione editoriale e indica l’editore come primo soggetto obbligato al deposito. Il collegamento tra le case editrici e gli istituti bibliotecari, senza più l’intermediazione delle prefetture, rappresenta l’occasione per un rapporto più diretto, in particolare tra gli editori e la biblioteca del territorio beneficiaria del deposito legale.
La verità è che i due sistemi, nell’era digitale, risultano per molti aspetti sempre più interdipendenti: la semplicità con cui oggi si producono e diffondono contenuti editoriali richiede ai soggetti che in un contesto tradizionale svolgevano una funzione di mediazione fra autori e lettori di adeguare rapidamente strategie di mercato e canoni biblioteconomici, per evitare di essere marginalizzati dall’affermarsi di paradigmi e pratiche di negoziazione diretta fra produttori e consumatori di cultura; funzioni che, oggi, risultano sempre meno separabili. Le esperienze citate mostrano in maniera inequivocabile che i due sistemi possono reciprocamente giovarsi di processi collaborativi. Un’interdipendenza esplicitamente riconosciuta dagli editori nel 2006 con il Manifesto per le politiche del libro nella XV legislatura (scaricabile dal sito www.statigeneralidelleditoria.it), che ha posto lo sviluppo delle biblioteche pubbliche e universitarie e l’avvio di un piano speciale per le biblioteche scolastiche fra le condizioni irrinunciabili per lo sviluppo della lettura in Italia.
Nel 2007 il governo allora in carica ha avviato un progetto di revisione della legge sul diritto d’autore, coinvolgendo varie categorie di portatori di interessi. L’Aie ha elaborato proposte di riforma che andavano nella direzione di equilibrare i diritti esclusivi di utilizzazione economica con quelli dell’accesso al patrimonio culturale, che trovano fondamento in diritti costituzionalmente protetti, mentre l’Aie ha ribadito, con una proposta congiunta Aie-Siae, l’adesione all’impostazione sancita dalle numerose direttive europee succedutesi sul tema. Tuttavia, all’inizio del 2008, nel corso della discussione scaturita su questo tema, le parti hanno constatato l’esistenza di alcuni punti d’accordo e altri di possibile convergenza e avviato un dialogo che è sfociato, a settembre, nella costituzione di un tavolo di confronto permanente su temi di interesse comune, come, per esempio, il ruolo del Centro per il libro e la lettura (istituito in seno alla Direzione Generale per i Beni librari, gli Istituti culturali e il Diritto d’autore del ministero dei Beni e delle Attività Culturali con decreto del ministro per i beni e le attività culturali il 28 ottobre 2005 e inizialmente definito «Istituto per il libro», ha assunto nel 2007 la denominazione attuale), la continua riduzione dei fondi delle biblioteche, gli effetti dei tagli programmati sul sistema bibliotecario universitario, l’esiguità dei fondi per la promozione della lettura, il diritto d’autore. Ad altri tavoli tecnici di lavoro sono demandati lo studio e l’implementazione di politiche condivise e lo sviluppo di progetti innovativi, per esempio su temi quali le biblioteche scolastiche. Questa convergenza, pur nella consapevolezza della differenza degli interessi rappresentati e di talune posizioni di principio, lascia ben sperare per il futuro, sempre che le reciproche pregiudiziali di fondo non finiscano per prendere il sopravvento.
Più difficoltosa, invece, appare la ricerca di convergenze sul terreno del digitale. L’importanza crescente dei cosiddetti «diritti secondari» nei modelli di business e la diffidenza nei suoi confronti che ancora connota settori non secondari del mondo editoriale tende a far percepire l’innovazione tecnologica più come una minaccia da contenere che come una grande opportunità di crescita. Naturalmente il mezzo digitale rende più agevole la riproduzione dei supporti, esponendo maggiormente al rischio di perdita di profitto. Accanto a ciò permane il retaggio di una cultura imprenditoriale «analogica nativa», che porta gli editori a rifiutare (o a non investire su) soluzioni tecniche già ampiamente diffuse all’estero per scarsa familiarità con la problematica e con il mezzo. Di qui la tentazione di imporre nuove restrizioni ed esclusioni, con il rischio di trasformare il nuovo contesto tecnologico in una macroscopica occasione persa.
Ma l’arretratezza non è solo una prerogativa di parte editoriale. L’Aie coordina il progetto europeo Arrow (per maggiori informazioni sul progetto si veda il contributo di Piero Attanasio nel presente volume). I promotori riferiscono di aver cercato a più riprese di individuare un interlocutore fra le principali istituzioni bibliotecarie italiane. Senza esito, almeno per ora.