Le donne sbiadite delle storie di famiglia

Le storie di famiglia scritte da donne hanno ormai conquistato ampio spazio nel circuito della produzione e del consumo. La tendenza a ibridare romanzo familiare e romanzo storico ha prodotto nell’ultima stagione declinazioni specifiche, così che scrittrici diverse hanno scelto di misurarsi con il filone della memorialistica ebraica: i libri di Lia Levi, Colette Shammah e Anna Foa, accomunati dai medesimi intenti civili. Peccato che le figure femminili ritratte siano poco coinvolgenti.
 
Non se ne parla poi moltissimo, eppure il fenomeno è noto agli addetti ai lavori: storie e saghe di famiglia a firma femminile continuano ad appassionare una parte non piccola del pubblico delle lettrici: che è poi come dire – questo lo si ammette, se messi di fronte all’evidenza dei numeri – la porzione ormai stabilmente maggioritaria dell’utenza libraria.
Di per sé, il riscontro non è inedito, anche in una scena letteraria, come quella italiana, che a lungo ha concesso sanzione di valore e riconoscimento culturale a poche scrittrici, avvalendosi senza remore di pregiudizi maschilisti. Se guardiamo indietro e in alto, i libri più belli e più letti delle nostre grandi autrici novecentesche – da Menzogna e sortilegio a Lessico famigliare – sono anzitutto epopee domestiche. Ma anche scendendo i gradini del canone, avvicinandoci all’oggi e muovendoci nei paraggi della narrativa istituzionale, non è difficile accorgersene: gli intrecci intergenerazionali, con i confronti, i conflitti e il pathos che ne vengono, sono sempre molto frequentati dalle professioniste della penna. Dai signorili romanzi memoriali di Rosetta Loy negli anni ottanta e novanta, fino ai melodrammoni truci di Mazzantini nel decennio zero, passando attraverso un’area frastagliata e ampia di produzione mediana, le vicende di famiglia abbondano: segno di una più salda fiducia, da parte delle scriventi, di rispondere a bisogni estetici diffusi. Non a torto: ricreare il vissuto di personaggi entro i vincoli sociali e affettivi dell’intimità quotidiana sollecita il coinvolgimento di platee vaste, perché chiama in causa esperienze esistenziali largamente condivise.
È così accaduto che il prototipo del romanzo familiare delle scrittrici abbia proliferato in una gamma articolata di modelli secondari e ibridi: un esito che ne misura la fortuna, e complica il tentativo di tracciarne una mappa dettagliata – se mai qualcuno volesse provarcisi. Qualche ragionamento si può tuttavia tentare anche qui, se è vero che le dinamiche di differenziazione interna del genere si sono spinte molto avanti, dando vita a fenomeni editoriali piuttosto riconoscibili.
Il primo dato che salta all’occhio è la frequenza di contaminazione tra saga di famiglia e romanzo storico. Subito dopo, si è colpiti dalla reviviscente fortuna di un sottogenere della narrazione storica quale è diventata la memorialistica ebraica. Nella stagione 2018 sono usciti almeno tre libri che vi si rifanno in modo più o meno esplicito: Questa sera è già domani di Lia Levi (e/o), La famiglia F. di Anna Foa (Laterza), In compagnia della tua assenza di Colette Shammah (La nave di Teseo).
Si tratta di opere morfologicamente e stilisticamente molto diverse tra loro, come d’altronde già certificano le rispettive sigle editoriali. Questa sera è già domani è l’ultima prova di un’autrice che ha alle spalle un lungo curriculum di romanziera, ed è una storia di fiction; va però detto che la vicenda rielabora letterariamente l’esperienza realmente vissuta dal marito di Levi, come scopriamo nell’ultima pagina del volume, che reca riprodotto il modulo della sua accettazione in territorio elvetico emesso dalla dogana svizzera in data 15 ottobre 1943. Il secondo e il terzo libro sono resoconti memoriali, ma difformemente declinati: La famiglia F. è la biografìa di Vittorio Foa e di sua moglie Lisetta Giua firmata da una storica di professione, che en passant si trova a essere la figlia dei protagonisti ritratti. In compagnia della tua assenza è invece l’opera prima, anch’essa di matrice autobiografica ma con ben più esibite ambizioni letterarie, di un personaggio noto, per via familiare, sulla scena del teatro istituzionale milanese.
Ad accomunare i tre titoli è il tentativo di raccontare storie di famiglia sullo sfondo di più ampio respiro degli eventi collettivi, in frangenti drammatici e noti. L’operazione rispetta i consueti presupposti di funzionamento del genere: da una parte si punta a insaporire la materia privata per accrescere l’interesse di chi legge, facilitandogli altresì l’orientamento nelle maglie dell’universo libresco. Dall’altra parte, l’allargamento del quadro è anche, come si dice, “segno dei tempi”: che demandano la riproposta narrativa di tragedie e traversie del passato a monito del nostro poco allegro presente.
Il romanzo di Lia Levi è senz’altro il libro che più scopertamente risponde a questo movente civile, in coerenza con il percorso di una scrittrice che ha da sempre fatto della necessità del pubblico ricordo il perno della sua proposta letteraria. Con riscontri effettivi: la vittoria del premio Strega Giovani 2018 di un’autrice ultraottantenne è senz’altro sintomo del bisogno di coordinate e orientamento diffuso nelle giovani generazioni.
Assai più deludenti, possiamo dirlo, sono gli esiti di tutti e tre i libri quando invece li misuriamo sull’efficacia delle immagini di femminilità offerte al pubblico delle lettrici: le quali si trovano di fronte a “personagge” assai poco duttili, piatte e sbiadite, nel complesso carenti nel sollecitare dinamiche di immedesimazione, proiezione e rielaborazione dell’identità personale.
L’intreccio di Questa sera è già domani si svolge tra gli estremi cronologici degli anni 1937-43, seguendo le vicissitudini di una famiglia ebraica, dalla piena integrazione borghese alla fuga disperata tra le nevi del confine italo-svizzero. Questo canovaccio narrativo, che si riallaccia a precedenti ormai canonici della narrativa italiana del secolo scorso, è però esclusivamente dipanato entro l’ottica chiusa dei dissidi familiari. Al centro il protagonista Alessandro, prima enfant prodige, poi adolescente tormentato, e la sua maturazione etico-politica: ma al di là delle pretese di esemplarità ideologica, la storia di formazione è giocata per intero sul piano dell’intimità psichica, nello scontro tra un figlio e sua mamma. Mentre gli eventi precipitano, il ragazzo cresce diviso fra una «madre cattiva», rancorosa e anaffettiva, che poco comprende di quel che accade e pur tuttavia esercita un subdolo dominio domestico, e un padre cosmopolita, intelligente e sensibile, ma remissivo e irresoluto. Attorno al terzetto si muove una folla di zii, cugini e parenti vari, uniti da ataviche tradizioni, vincoli di sangue, alleanze commerciali e taciuti rancori; la loro rappresentazione screzia la pagina di nostalgie affettuose e note di costume, ma quel che conta davvero è la cassa di risonanza che i personaggi secondari forniscono al sordo conflitto fra mamma e papà. Il lieto fine del romanzo vedrà il sedicenne Alessandro portare in salvo se stesso e i genitori grazie alla medaglietta con la stella di David che ha clandestinamente conservato: è una trovata romanzesca d’effetto che parifica salvezza personale, sussunzione piena dell’identità ebraica, fine dell’infanzia ed entrata nel mondo adulto. Le modulazioni avventurose della trama non riscattano tuttavia l’impressione che il protagonista si sia sottratto, prima ancora che ai nazifascisti, a una figura materna la cui grettezza rimane narrativamente poco motivata.
Da un’attitudine opposta muove In compagnia della tua assenza di Colette Shammah, un libro che si offre anzitutto come appassionato epicedio alla madre scomparsa: la storia è quella di Sophie, fascinosa rampolla della borghesia ebraica di Aleppo, che riesce da sola a recarsi a studiare in Francia, e poi dalla Francia deve fuggire quando il paese è occupato dai nazisti. Il resoconto di queste peripezie è preceduto da un affondo nel passato più recente, quando Sophie, ormai anziana e malata, sceglie di darsi la morte nella sua lussuosa casa milanese: dal gesto di dignità e coraggio, e dai silenzi che si porta dietro, nasce nell’orfana la spinta a raccontare la vita della genitrice: «Non volevo il mondo ti dimenticasse, che cancellasse il tuo nome». A disturbare non è tanto l’impiego della forma allocutiva, che pure sortisce esiti stilistici stucchevoli, quanto piuttosto il ritratto senza macchia, irrimediabilmente statico, della protagonista: Sophie è bella, intelligente, intrepida, sofisticata, a tutti e a tutte superiore, perché «lei viveva il privilegio di poter dire e fare quello che voleva». Invidiabile prerogativa: forse troppo fulgida per sollecitare la simpatia di destinatarie minimamente avvertite.
Di ben altra pasta sono fatti i componenti della Famiglia F., dove la ricostruzione scorrevole e informativa della storia della sinistra italiana lungo l’intero secolo scorso si modella sul frondoso albero genealogico dell’autrice, non a caso riprodotto in effigie al termine del volume. L’assunto del libro è presto detto: proporre in forma narrativa le vicende del clan Foa significa rievocare la storia pubblica senza diaframmi di sorta. Perché stupirsi dell’azzardo, quando leggiamo che «le parole “mamma” e “papà” sono state bandite dalla nostra famiglia ben prima del Sessantotto, e quando, per sbaglio, mi è successo a volte di pronunciarle mi sono sentita a disagio, come se avessi detto qualcosa di sconveniente». E come no. Fedele alla propria educazione prima ancora che all’attitudine da ricercatrice, chi narra interpella i genitori-eroi solo come Lisa e Vittorio: allo stesso modo, il racconto delle loro movimentate esistenze coincide, senza residuo alcuno, con la storia delle rispettive azioni, passioni e posizioni politiche.
Per chi legge, questa scelta non mina la gratificazione di ripercorrere gli eventi collettivi dall’invidiabile specola del “visti da vicino”: ne depotenzia tuttavia gli effetti di suggestione, perché si porta dietro una palpabile nebulosità nel ritratto individualizzante dei due protagonisti in scena. Né bastano, a supplire, le diverse memorie letterarie, di volta in volta sollecitate da questo o quel nome illustre che fa capolino nel racconto. Le figure evocate da Anna Foa sono le stesse che animano le pagine memorabili di classici novecenteschi come Lessico famigliare o L’orologio, libri puntualmente richiamati dalla scrivente in funzione esplicativa, perché spesso costituiscono le uniche fonti del resoconto; nessuna civetteria citazionistica dunque, semmai il candore che nasce dall’agio di un’appartenenza d’eccezione. La narrazione è cronologicamente ordinata sulla storia novecentesca: si comincia con il «mito fondativo» della guerra di Spagna, dove trova morte eroica Renzo Giua, il fratello maggiore di Lisetta, si prosegue con gli anni trascorsi nelle carceri fasciste dal nonno materno e dal padre Vittorio, infine si percorrono i mesi intensissimi della Resistenza, quando Vittorio è dirigente del Cln mentre Lisetta, incinta dell’autrice, scampa miracolosamente alle grinfie della banda Koch a Villa Triste. Già a questo punto del libro, il lettore ha capito benissimo come «l’idea che l’eroismo fosse una dimensione normale della vita» è l’autentico perno del progetto di scrittura, e le pagine che seguono non intendono certo smentirlo. Il tempo di pace non minaccia più la sopravvivenza dei personaggi, ma i frangenti politici da loro attraversati non perdono nulla in drammaticità, nel rapporto totalizzante, arrovellato e problematico con lo scontro di classe in atto in Italia e le scelte di militanza di volta in volta compiute. Ciò che colpisce, tuttavia, è come le due figure genitoriali ne escano diversamente. Il ricchissimo percorso di Vittorio Foa, fatto di scelte politicamente atipiche, svolte ed esperienze difformi, è rappresentato con pietosa, ma inscalfibile, devozione filiale, così che, al termine del libro, la fisionomia del grande vecchio della sinistra italiana riluce di superiore coerenza. All’opposto, il profilo di Lisetta mantiene un persistente cono d’ombra: la militanza partigiana, quella nel Pei, il maoismo sessantottino, l’attivismo politico nell’est Europa e poi in Africa sono tutti dati che non riescono a comporsi in un ritratto davvero coinvolgente. Qualcosa sfugge, e il sospetto è che si tratti dell’essenziale.
Nelle storie di famiglie borghesi scritte da donne sono insomma le figure femminili a rimanere letterariamente irrisolte: che questi personaggi siano infine le mamme non stupisce, ma continua a dirci quanto sia difficile proporre modelli di femminilità adeguati alla crescente consapevolezza di noi lettrici.