fig. 13

E soprattutto, inediti, rispetto a Il censore e l’editore, adesso si forniscono alcuni dati sulle tirature di Niente di nuovo e di La via del ritorno; e inoltre sulle edizioni che Mondadori fece stampare del primo. Sono tratti dai dati raccolti dalla stessa società in una scheda precisa (fig. 13).[1] Tutto dimostra il modo attentissimo con cui realizzò quelle stampe. Ed è anche interessante capire, per quanto possibile, da chi furono lette.

Nell’agosto 1931, come s’è detto, di Niente di nuovo furono tirate, in tutto, circa 10.000 copie. Di esse 317 risultarono «deteriorate». A quanto ora risulta, ci furono addirittura almeno quattro edizioni diverse, tutte però stampate a Verona. Dalle copie rintracciate, risulta chiaro che su una parte (è da credere 3.731 copie) fu segnata l’indicazione che si trattava di un’edizione venduta all’estero. A questo proposito, si sono verificate tre edizioni diverse: una che sul piatto anteriore (con l’illustrazione di Santi) e nel frontespizio riportava il nome della casa editrice di Basilea E. Birkhäuser (Editori E. Birkhäuser & Co Basilea), mentre nel colophon era scritto: «la presente edizione non può essere venduta che nel territorio della Confederazione Elvetica».[2]

 

fig. 14
fig. 15

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di questa edizione in Italia esistono tre copie: una si trova nella Biblioteca Kuliscioff a Milano, un’altra a Gallarate, nella Biblioteca Majno (fig. 14), e una terza nella biblioteca di un liceo a Rende. La biblioteca di Rende purtroppo non riesce a fornire il testo del volume. Quanto al volume a Gallarate, era proprietà di Angelica Sironi Bertoni, che lo consegnò alla Majno nel 1958 (coll. LIBRI.S.0.9942). La Sironi è stata moglie di Luigi Sironi, industriale tessile di Gallarate che numerose volte negli anni venti-trenta si recò in Svizzera, avendo molti rapporti con varie società di quel paese. Era un intellettuale che leggeva molti libri ed era anche di una certa importanza in Lombardia, nonché uno dei fondatori dell’Automobile Club di Varese. Morì nel 1948 e quasi di certo la vedova donò il volume alla biblioteca quando cambiò casa con la famiglia, nel 1958. Anche i Bertani erano degli industriali.[3] Di una seconda edizione esiste invece una copia nella Biblioteca del Seminario vescovile di Trieste (coll. XLII.F.46), e fu acquistata a New York nell’agosto 1934 da una persona (forse un triestino) che non si conosce, ma si chiamava A. Spechar (fig. 15). Riporta nel piatto anteriore e nel frontespizio il nome della Ed. Libreria Nuova Italia. New York: una casa editrice newyorchese di cui non si sa altro se non che pubblicò dei testi di cultura popolare.[4] Anche questo testo non fu certo stampato a New York, ma a Verona. Non si conoscono i rapporti della Mondadori con quella società, che parrebbe “napoletano-newyorchese”. Nel colophon riportava: «La presente edizione non può essere venduta che nel territorio degli Stati Uniti d’America». Non risultano invece copie vendute in Sudamerica. Ancora.

fig. 16
fig. 17

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un volume di una terza edizione appartenne a Carlo Bernari, ed è conservato nella collezione che lo scrittore versò alla Biblioteca Alessandrina di Roma (coll. FCB.B.400) (fig. 16). Il piatto anteriore riporta: «Edizione per l’estero. A. Mondadori editore»; nel colophon viene indicato: «La presente edizione non può essere venduta nel territorio del Regno d’Italia e Colonie». Che si tratti di un libro del celebre scrittore (nome originale Carlo Bernard), un autore della Mondadori, lascia aperti diversi interrogativi: gli fu consegnato dalla stessa casa editrice e da chi? E perché? E poi quando, visto che Bernari iniziò a lavorare per la Mondadori, nel giornale «Tempo», nel 1939?[5] Dal libro vero e proprio non si può dedurre nulla. Queste furono le edizioni note di 3.731 copie della tiratura. Le rimanenti 6.269 copie dovettero essere invece stampate come vere e proprie copie italiane (illegali). Di questa quarta edizione si conosce per lo meno una copia, presente nella biblioteca di Bruno Zevi, nella Fondazione a lui dedicata (coll. FBZ. B3.III.2) (fig. 17). Essa non riporta nessuna indicazione sul piatto, ma nel colophon veniva indicata la «proprietà letteraria riservata della casa editrice Mondadori-Milano per l’edizione in lingua italiana»; ma poi: «La presente edizione non può essere venduta nel territorio del Regno d’Italia e Colonie». Per quanto riguarda Bruno Zevi, è pensabile che la copia non fosse acquistata o ricevuta da lui, nato nel 1918 (nel 1931 aveva tredici anni); ma dal padre Guido. Nato nel 1883, a Roma Guido Zevi fu ingegnere capo della giunta Nathan.[6]

Nel 1929 presentò un progetto a Mussolini, Per la soluzione del traffico locale nel centro di Roma, su cui il capo Gabinetto del duce, Guido Beer, gli riferì che il capo del Governo si era detto «soddisfatto». Eppure nel 1932 lo stesso Mussolini, in un discorso al Senato del 18 marzo,[7] criticò pesantemente un suo progetto per un palazzo della Cassa nazionale di assicurazione, in futuro dell’Inail, in via 4 novembre a Roma; e insieme a lui criticò un altro ebreo, Federico Jarach, vicepresidente della Cassa, che aveva appoggiato in pieno le idee di Zevi:[8] due ebrei, quindi, del tutto esautorati. E il progetto non fu più seguito. È un dato interessante. Si trattò, a quanto sembra, di uno dei primissimi casi di concreti e personali attacchi mussoliniani a ebrei. E per di più attacchi coordinati: erano i giorni in cui il duce fece cancellare il nome dell’archeologo Alessandro Della Seta come candidato per l’Accademia d’Italia, e di certo proprio in quanto ebreo (Margherita Sarfatti fu invece tolta dal «Popolo d’Italia» qualche mese dopo).[9] Per la precisione, le decisioni su Della Seta vennero prese tra il 16 e il 21 marzo: sul palazzo dell’Inail il 18.
Furono tutti interventi concreti contro rilevanti singole personalità ebraiche, attacchi personali che negli anni successivi via via divennero sempre più numerosi. A questo punto, non appare neanche un caso che Guido Zevi si sia procurato il libro Mondadori/Remarque del 1931; e che poi, dal 1933 al 1940, sia diventato vicepresidente dell’Unione delle Comunità israelitiche italiane. Anche questi sono tutti dati rilevanti. Non fu certo un caso che Ludwig, nei suoi Colloqui del 1932, fece una domanda al duce proprio sulla vicenda dell’Accademia d’Italia: a cui Mussolini rispose letteralmente con un’autentica menzogna che riguardava Della Seta.[10] Non si sa quante copie di Niente di nuovo per l’estero e quante – queste “illegali” – per l’Italia furono effettivamente vendute. Però per lo meno per la stampa complessiva di Niente di nuovo un dato dell’Ufficio contabilità autori del 1948 dichiarò che «nell’ultimo resoconto inviato abbiamo dato il 31 dicembre 1936 una giacenza di 2077 copie invendute».[11] Erano italiane e “illegali” o estere? Come si vedrà subito, si deve dedurre che invendute siano state solo copie italiane (e “illegali”), mentre quelle estere risultarono vendute. Tutto ciò la dice comunque lunga sull’operazione complessiva, sofisticata e coraggiosa, di Arnoldo.

fig. 18

Infatti dalla successiva vicenda di Niente di nuovo che si vedrà subito, si può supporre anche che 6.269 furono appunto copie italiane “illegali” (di cui 2.077 rimaste invendute); mentre 3.731 furono copie estere: nelle tirature non risultano infatti altre stampe oltre a quelle del 1931. Quindi, nel maggio 1945, nella successiva edizione – e Arnoldo ne fece cenno pure a Remarque, un po’ vantandosi, ma anche molto cauto – circa 2.000 copie “italiane” del 1931 vennero distribuite e vendute (o magari regalate, non si sa), ma leggermente modificate. Una copia per esempio è presente, e la si può studiare, nella Biblioteca di storia moderna e contemporanea a Roma (coll. 31 a.1682) (fig. 18) e non ha il mese di stampa. A quanto si può capire, nel 1945 la Mondadori vendette (o diffuse) quelle 2.000 copie di Niente di nuovo, rimaste invendute ma ora del tutto “legali”. Mentre nel passato doveva averne vendute (e distribuite) circa 4.000 “illegali”. Ci volle davvero molta abilità per farlo. La pubblicazione dell’edizione del 1945 di Niente di nuovo – quando, come sappiamo, non esisteva ancora nessun rapporto diretto tra la Mondadori e lo stesso Remarque – proveniva, senza dubbio, da un altro episodio ancora, questa volta pieno di contraddizioni proprio dal punto di vista editoriale: la traduzione in italiano dello stesso libro che, a partire dal luglio 1944, venne pubblicata dall’editore romano Donatello De Luigi. Il titolo in quel caso fu All’Ovest niente di nuovo e venne stampato a settembre. La traduzione era della giornalista Flora Antonioni,[12] la prefazione di Carlo Magi-Spinetti, un intellettuale che aveva collaborato a riviste e libri fascisti e, a quanto pare, conosceva i problemi del libro di Remarque, anche se negava che Mondadori potesse esserne stato l’editore in Italia.[13]

 

Magi-Spinetti scrisse infatti:

un editore ne tentò la traduzione e l’ufficio stampa o il ministero della propaganda (allora si chiamava così) ne proibì la diffusione. Era giusto. Era giusto che un regime nato dalla guerra, organizzato in gran parte con quello spirito “combattentistico” di bassa lega che consisteva tutto nel presentare i conti al Paese solo per aver fatto il proprio dovere – e talvolta nemmeno quello – proibisse la lettura di un libro che così brutalmente e freddamente poneva il problema della inutilità della guerra e soprattutto il diritto dell’uomo, in quanto individuo, a chiedere che della sua vita e della sua volontà fosse tenuto il dovuto conto.[14]

 

Magi-Spinetti quindi con Mondadori fu perfino insultante.
Il libro edito da De Luigi ebbe quattro edizioni, ma l’ultima, la quarta, del luglio 1945, con lo stesso testo di quella del giugno 1944 (e solo con alcune piccole modifiche), nel colophon questa volta riportò: «i diritti della presente opera appartengono alla Casa Editrice Mondadori che la pubblicò a suo tempo e che fu sequestrata dal Governo Fascista». Eppure quella quarta edizione riportò la stessa identica prefazione di Magi-Spinetti del 1944, con tutte le sue osservazioni malintenzionate sulla Mondadori; ma questa volta senza l’indicazione del traduttore nel colophon. A quanto pare c’era stato un accordo di qualche tipo – lo si può solo ipotizzare – di De Luigi con Rusca e la Mondadori (ma si direbbe solo con Rusca e la sede di Roma), che doveva aver permesso quella stampa. Ma forse fu anche questo uno dei motivi di scontro tra i Mondadori e lo stesso Rusca, a cui Arnoldo poi accennò nelle lettere a Remarque.Quanto al nome del traduttore di Niente di nuovo, Stefano Jacini, non era comparso nelle edizioni del 1931 (e si può capire perché) ma comparve a partire da quella, sempre di Mondadori, del 1945 («unica traduzione autorizzata di Stefano Jacini»). A quel punto, Jacini, amico e collaboratore di De Gasperi, aveva un ruolo politico importante (fu ministro della Guerra del governo Parri, durato fino al novembre 1945). E si vede che Mondadori a quel punto lo tenne in seria considerazione.[15] Anche per questo la Mondadori (di Arnoldo e Alberto) con quel volume aveva potuto stroncare le edizioni di De Luigi.

A proposito delle molteplici tirature di Niente di nuovo che si sono viste (fig. 13), si tratta di dati che tra l’altro è utile confrontare con quelli dell’altro libro di Remarque/Mondadori, anch’esso almeno in parte vietato, La via del ritorno:[16] che fu stampato nel maggio del 1932, ma registrato nelle tirature solo a luglio, con 3.300 copie. Il prezzo era 10 lire, come Niente di nuovo, ma meno di Luglio ’14 (15 lire). Per La via del ritorno furono tirate quindi molte meno copie. E non si conosce, tra l’altro, nessuna edizione svizzera o americana. Dovette quindi venir stampato solo nell’edizione italiana: dopo Niente di nuovo, Arnoldo era stato molto cauto.

Quanto al nome di Ervino Pocar come traduttore di La via del ritorno, esso non comparve nell’edizione del 1932 ma neanche in quella del 1945, di cui non si conosce neppure il mese esatto di uscita, che fu tratta, come per Niente di nuovo, dal deposito che Mondadori aveva ben conservato; ma in questo caso senza nessuna modifica. Di La via del ritorno in italiano nel maggio 1932 erano state stampate 3.300 copie, tutte con l’indicazione che l’edizione «non poteva essere venduta nel Regno d’Italia e Colonie»; ma una parte (non si sa quante) dovette essere venduta nel 1945, anche in questo caso cambiando la pagina dietro al frontespizio e togliendo il colophon con l’indicazione che l’edizione non poteva essere venduta nel territorio del «Regno d’Italia e Colonie». Il nome di Pocar emerse infine soltanto nell’edizione successiva, della «Medusa», del 1950: ma l’istriano nel 1945 non aveva ancora un ruolo ufficiale nella casa editrice, che incominciò a ricoprire, e sempre più con forza, dal 1948.[17]

Quelle del 1945 di Niente di nuovo erano dunque copie del 1931, in cui vennero ristampati il frontespizio e il colophon e sicuramente il piatto anteriore, sempre con la drammatica illustrazione di Santi. La “quarta” del 1945, tutta legata alla prima, era infatti del tutto nuova, riportando anche il «prezzo netto L. 150», il prezzo nuovo per quell’anno; ma le altre pagine rimasero quelle della vecchia edizione. Non sembra che la casa editrice possedesse ancora i vecchi piombi da riutilizzare; ma (non si sa come) riusciva almeno a riprodurre la vecchia copertina di Santi. Nell’insieme, anche quest’ultima del 1945 fu un’operazione editoriale sofisticata e questa volta, pare proprio, senza l’intervento definitivo di Rusca, cacciato dalla casa editrice tra il 3 e il 12 giugno 1945:[18] quando Alberto e Arnoldo Mondadori decisero di cancellare anche le decisioni che aveva preso a Roma sugli editori stranieri.

Qualche parola per concludere. Quello di Arnoldo sul Remarque di Niente di nuovo e di La via del ritorno fu un insieme di operazioni davvero complicato. Ma, cauto, credette fortemente in quei libri, con Mussolini e dopo. Forse fu per l’enorme successo mondiale di Niente di nuovo, ma non solo: di certo fu anche una sua convinzione su come interpretare la guerra in maniera non eroica. Lo si vede benissimo negli episodi del 1937, quando tentò di pubblicare, sempre di Remarque, Drei Kameraden. E continuò a crederci nel dopoguerra, quando magari non era così sicuro l’ulteriore successo del libro, ma si poteva pensare alla drammaticità del nuovo, enorme conflitto, su cui Niente di nuovo ma anche La via del ritorno potevano risultare sempre modelli di interpretazione. Affiora sempre l’Arnoldo che ritenne «I romanzi della guerra», e soprattutto Niente di nuovo, libri di grande valore.

Per Remarque, i dati sulle tirature Mondadori ci dicono quanto furono straordinarie le successive riedizioni (sempre fig. 13). Di Niente di nuovo tra il 1950 e il 1978 furono tirate circa 680.000 copie, comprese quelle tirate e vendute per la riedizione del film di Milestone, nel 1965, ripresentato quell’anno dopo un divieto durato fino al 1956;[19] e comprese quelle distribuite in varie pubblicazioni periodiche. Una cifra altissima, soprattutto per l’Italia. Per La via del ritorno, meno importante di Niente di nuovo, a partire dal 1950 fino al luglio 1980 furono tirate altre dieci edizioni (più quella per i periodici), per un totale di circa 127.000 copie. Anche quelle cifre notevolissime.

E questo è un modo anche per capire come l’editoria, ovvero la produzione di libri, sia stato (e forse sia ancora) un fenomeno complesso, su cui non si può ragionare in maniera semplicistica e con poche conoscenze. Certo, Niente di nuovo fu un libro eccezionale, su cui esistono diversi documenti importanti, soprattutto conservati in Fondazione Mondadori. Ma dimostra anche quali rapporti ci furono, in quel caso, tra le varie parti (case editrici, l’autore, i governi) e come poté essere eccezionale in particolare proprio il ruolo dell’editore italiano, Mondadori.

 

 


[1] Per le tirature successive cfr. FAAM, ArchAME, sez. Documenti sonori e audio visivi, Direzione commerciale, Ufficio statistica, Tirature dei libri A.M.E. dal Magazzino Editoriale di Verona 1924-1980. Cfr. anche Giorgio Fabre, Il censore e l’editore, cit., p. 372. Sulle edizioni di Niente di nuovo del 1931 alcuni dati sono in Pier Paolo Alessandrello, Qualcosa di nuovo sul fronte occidentale. La strana storia dell’opera di Remarque in Italia, cit., pp. 161-164.
[2] Il volume nella Biblioteca della Fondazione Kuliscioff ha la coll. MO PRE.7.F8.15. La collocazione «MO PRE» indica le «monografie preziose»: si dovrebbe trattare di un libro di Giulio Polotti, che, nato nel 1924 e morto nel 1998, forse lo acquistò in una bancarella. Su Polotti cfr. https://www.fondazioneannakuliscioff.it/fondo-giulio-polotti/. Si vedano anche – proprietà dell’autore – le foto in Pier Paolo Alessandrello, Qualcosa di nuovo sul fronte occidentale. La strana storia dell’opera di Remarque in Italia, cit., pp. 166-168.
[3] Per le notizie si ringrazia il nipote, il notaio Enrico Sironi.
[4] Si trattava di La vera canzona di Beppino; La risposta di Poldina; La partenza di Poldina (con, in appendice, Torna a Surriento), forse del 1904 o subito dopo. E poi di: La chiave dei sogni; (nuovo morfeo); Dizionario che contiene la spiegazione dei sogni, lavvenire delluomo svelato con linterpretazione del proprio sogno, quest’ultimo però stampato, probabilmente nel 1931, dalla tipografia D’Alessandro di Napoli.
[5] Bernari iniziò a lavorare con la Mondadori nel 1939, come redattore del primo numero di «Tempo» diretto da Alberto Mondadori. Cfr. Enrico Decleva, Arnoldo Mondadori, cit., p. 241. Potrebbe quindi aver avuto una copia di Remarque in casa editrice. Si tenga conto che I tre operai fu pubblicato da Rizzoli nel 1934 (su suggerimento di Zavattini), quando Bernari (ovvero Carlo Bernard) aveva venticinque anni: e due anni dopo la pubblicazione di Niente di nuovo.
[6] Cfr. Roberto Dulio, Bruno Zevi: le radici di un progetto storico (1933-1950). Dottorato di ricerca in Storia dell’architettura e dell’urbanistica, XV ciclo, vol. 1, pp. 45-50. (Biblioteca nazionale centrale di Roma, coll. DISS. R.023534). Per la lettera di Beer cfr. ACS, PCM, Gabinetto, 1929-1931, cat. 7/2, b. 186.
[7] Cfr. Benito Mussolini, Opera omnia, a cura di Edoardo e Duilio Susmel, vol. 25, Dal dodicesimo anniversario della fondazione dei Fasci di combattimento al Patto a Quattro. 31 marzo 1931-7 giugno 1933, Firenze, La Fenice, 1962, pp. 84-88.
[8] Per il palazzo della Cassa, per Zevi e Jarach, cfr. Elisabetta Frascaroli, La complessa vicenda di un monumentale palazzo, in Elisabetta Procida (a c. di), La sede storica dell’INAIL a Roma: il palazzo in via IV Novembre, Roma, Inail, 2009, pp. 65-84 (in part. 70-81). E poi Guido Zevi: la scomparsa di un patriarca in terra d’Israele, in «Shalom», 9/10 (1975), p. 25.
[9] Cfr. Annalisa Capristo, L’esclusione degli Ebrei dall’Accademia d’Italia, in «Rassegna mensile di Israel», settembre-dicembre 2001, pp. 2-27 e Giorgio Fabre, Mussolini razzista. Dal socialismo al fascismo: la formazione di un antisemita, Milano, Garzanti, 2005, p. 28.
[10] Cfr. Emil Ludwig, Colloqui con Mussolini, Milano, Mondadori, 1932, pp. 75-76. Sulla menzogna di Mussolini, cfr. Annalisa Capristo, L’esclusione degli Ebrei dall’Accademia d’Italia, cit.
[11] Cfr. anche Pier Paolo Alessandrello, Qualcosa di nuovo sul fronte occidentale. La strana storia dell’opera di Remarque in Italia, cit., p. 163.
[12] Su Flora Antonioni, allora inviata del «Messaggero» (poi del «Corriere d’informazione»), si veda la trasmissione Rai del 22 dicembre 1962 di Sergio Zavoli in https://www.teche.rai.it/personaggi/flora-antonioni/.
[13] Collaboratore del giornale «L’impero» e poi di «Capitolium», aveva curato nel 1939, per la casa editrice Pinciana, Scuola fascista. La carta della scuola e sua interpretazione; nel 1945 fu direttore del settimanale satirico-politico «L’uomo che ride».
[14] Cfr. Erich Maria Remarque, All’Ovest niente di nuovo, Roma, Donatello De Luigi, 1944, pp. 10-11. Faccio riferimento a una copia di mia proprietà. Ma una copia è nella Biblioteca dell’Accademia dei Lincei.
[15] Si veda la voce di Stefano Ignesti nel Dizionario biografico degli italiani, vol. LXI, Roma, Treccani, 2004, pp. 775-780. Purtroppo anche per Jacini non si conosce un fascicolo in FAAM, che però a suo tempo deve essere esistito.
[16] FAAM, ArchAME, sez. Documenti sonori e audio visivi, Direzione commerciale, Ufficio statistica, Tirature dei libri A.M.E. dal Magazzino Editoriale di Verona 1924-1980.
[17] Cfr. Anna Antonello, Ervino Pocar. Una vita fra le righe, cit., pp. 158-167.
[18] Le date si ricavano dalle lettere di Rusca stesso e di Alberto Mondadori citate in Enrico Decleva, Arnoldo Mondadori, cit., pp. 322-324 e 563.
[19] Per il film, i divieti e la loro revisione in Italia, cfr. https://web.archive.org/web/20141220063826/http://cinecensura.com/wp-content/uploads/2014/05/P_Allovest-niente-di-nuovo-1950-Milestone.pdf.