I prezzi ultrabassi di Newton Compton

C’è un editore che non sente la crisi, anzi. Tra classici a poco prezzo, thriller storico-fantastici à la Dan Brown, vampiri vari e romanzi rosa che più rosa non si può, la Newton Compton è costantemente ai primi posti delle classifiche. Merito, anche, di una politica di prezzi che, per il momento, non conosce concorrenti.
 
Le cifre che snocciolano a via Panama, quartiere Parioli, nella sede della romana Newton Compton, ci costringono a rivedere la classica divisione secondo cui i grandi editori stanno a Milano, i piccoli e medi a Roma. Nel 2012 – dice l’amministratore delegato Raffaello Avanzini, figlio del fondatore del marchio, Vittorio, oggi presidente – qui hanno sfornato centottanta novità, cifra analoga a quella di Feltrinelli, con un posizionamento in libreria al terzo posto dopo Mondadori e Piemme per numero di copie, al quinto come sell out. Avanzini spiega che il traguardo dei duecento titoli annui, tra novità e riedizioni, Newton Compton l’aveva sorpassato già da cinque anni. Ma che il 2011 e il 2012 sono stati gli anni del grande balzo in avanti quanto a tirature e copie vendute. Da maggio 2011 il marchio è stato presente nella top ten della narrativa per più settimane con due o tre titoli o, nella top twenty della sola narrativa straniera, anche con quattro o cinque. Nel panorama stressato della nostra editoria – tra crollo dei consumi e rivoluzione tecnologica – la Newton Compton ha giocato l’effetto ottico del classico elefante nella piantagione di fragole: impossibile non notarla. Con la politica dei prezzi stracciati (è qui che è cominciata la rincorsa anticrisi verso il basso – fino alle novità in hard cover a 9 euro e quelle in tascabile a 5,90, ma anche i classici tascabili a 4,90 – che ha poi contagiato la maggioranza degli editori nel 2012) e con l’offerta di un arcobaleno di generi popolari, siamo di fronte a una nuova Sonzogno per gli anni duemila?
Ed eccoci in via Panama per carpire i loro segreti. Sede doviziosamente arredata – boiserie lucide e ricchi tendaggi – come si deve a un’impresa col vento in poppa. Alle pareti appese le copertine che Mikel Casal – l’illustratore spagnolo già al lavoro per il «New Yorker» – ha disegnato per i «Mammut», la collana che in volumi singoli offre opera omnia di classici, da Kafka a Proust, da Virginia Woolf a Karl Marx, e che più, nella produzione attuale del marchio, rimanda alla filosofia delle sue origini.
«Libri grandi, in volume unico, a prezzo basso»: così, nel 1969, esordì Vittorio Avanzini, fornendo soprattutto agli studenti, in paperback, poeti di grande impatto, Lorca e Prévert, libri di psicologia che altri non facevano, Il capitale in concorrenza con l’unico altro in commercio, quello degli Editori Riuniti. E, si racconta, i libri di Freud ottenendone il copyright per il Canton Ticino e dribblando così quello di Bollati Boringhieri. Al patron allora si addebitavano due peccati: le traduzioni che imbruttivano i versi non solo di Prévert ma anche di Tagore e Hikmet, e le rilegature che già alla prima lettura si «disfacevano». Ora vedremo come la Newton Compton di oggi proprio di questo faccia ammenda.
E a proposito delle origini, come nacque questo nome anglosassone e composto? «I nomi inglesi andavano di moda» ribatte Raffaello Avanzini con una risata, nello stile diretto che gli è tipico. «E poi con Newton Compton si rendeva omaggio a due scienziati» stempera. In effetti in quegli anni nasceva un altro marchio dal nome esotico, Jaca Book. Ma tornando ai nostri, se Arthur Compton è il fisico premio Nobel, il Newton quale sarà, Isaac o il chimico di Berkeley, Gilbert Newton Lewis? Avendo dimenticato di chiederlo, una volta allontanateci da via Panama resteremo con la nostra curiosità.
Dunque, esordio a prezzi popolari per quel tipo di lettori per i quali in quegli anni i situazionisti coniavano l’espressione «miseria studentesca». E, quando a fine anni ottanta Marcello Baraghini, situazionista debordiano indefesso, lancia la collana «Millelire» (con cui vincerà un Compasso d’oro), Newton Compton insegue l’onda e lancia i tascabili a 3.900 lire, cioè a un quarto del prezzo standard di allora, e poi i «Centopagine» anch’essi a mille lire, «soprattutto classici fuori diritti» spiega Avanzini.
La linea dei prezzi ultrabassi ha valso negli anni a questa editrice polemiche, e anche insulti, di varia natura. Il più frequente? «Sono dei fotocopiatori, non degli editori.»
Ma il fatto è che quando la crisi si manifesta chi è il più pronto a cavalcarne l’onda, anziché farsi sommergere? Elementare… Eccoli con il know-how del perfetto editore economico. Ma anche con un altro asso nella manica: da qualche tempo Newton Compton ha cominciato a spigolare nel campo della women’s fiction — Avanzini la chiama più latamente «narrativa contemporanea» – e lì già prima della crisi hanno pescato un pesce di pregio, I diari del vampiro, la urban fantasy di Lisa Jane Smith (poi diventata un serial tv) che, col suo milione e mezzo di copie vendute, precede lo sfracello sanguinario-romantico della Meyer con cui un altro editore nostro, Fazi, poi risanerà i bilanci.
Ed eccoci così lontani anni luce dalle miserie situazioniste. Eccoci nel paradiso del capitale, dello shopping e della moda: da Tiffany. Newton Compton diventa infatti negli ultimi due anni il marchio che fornisce a prezzi bassi ma in hard cover (non si scompaginano più, li abbiamo sperimentati personalmente), con le copertine in toni pastello, romanzi rosa con alcuni tratti comuni: i nomi anglosassoni delle autrici, Ali McNamara e Cora Harrison, Melissa Hill e Milly Johnson; l’ambientazione per lo più nella Grande Mela con escursioni in Irlanda o Londra; e titoli che fanno ricorso a topoi della commedia sofisticata come Tiffany (l’originale di Truman Capote/Blake Edwards qui si declina in Un regalo da Tiffany, Un diamante da Tiffany e così via, con silhouette alla Audrey Hepburn che si stagliano in copertina), oppure topoi della narrativa femminile come il Darcy di Jane Austen, ma anche a odori, profumi, sapori, cannella e cupcake, zucchero e cioccolato. Mescolando si può arrivare a dei veri cortocircuiti, quali Colazione da Darcy o direttamente Come Jane Austen mi ha rubato il fidanzato…
Di miseria, a via Panama, non c’è l’ombra. Ma un po’ di lezione debordiana, sull’autoreferenzialità della società dello spettacolo, volenti o no, la applicano.
Non tutto è rosa. Tra i generi che l’editrice pratica con successo ci sono il thriller storico e l’esoterico. E qui ecco una novità vera: tre autori italiani. Marcello Simoni, nel filone thriller storici, lavora sui «meta-libri» (libri sui libri o in cui, più semplicemente, la parola «libro» o una sua variante compaiono nel titolo) con Il mercante di libri maledetti e La biblioteca perduta dell’alchimista, Francesco Fioretti è in zona complotti con il Libro segreto di Dante e Il quadro segreto di Caravaggio, mentre Davide Mosca, con un thriller sì in biblioteca ma attuale – Il profanatore di biblioteche proibite-, sfida Dan Brown.
Gli Avanzini sono insomma i primi ad aver capito che, se noi italiani deteniamo un forziere di storie, simboli, personaggi capaci di accendere la fantasia delle masse planetarie, è ora che lo sfruttiamo in proprio. Sia Simoni che Fioretti sono stati tradotti in una decina di lingue.
Intanto Newton Compton, a rischio di sembrare un po’ dissociata, continua a lavorare nei suoi filoni classici: continuano le guide sulle città «sparite» (Roma sparita, Firenze sparita ecc.), seppure con un peso percentualmente molto ridotto, sei titoli annui contro i cinquanta di narrativa; si coltiva qualche autore con cui, visto che si è a Roma, e a un passo da via Fratelli Ruspoli dove ha sede la Fondazione Bellonci, tentare l’alea dello Strega («ma è chiaro che non possiamo vincere. Perché? Ma perché è così» commenta franco Raffaello Avanzini): ultima Lorenza Ghinelli arrivata in cinquina nel 2012; e, ecco l’ammenda per il passato, si ritraduce l’Ulisse di Joyce, apprezzata poderosa impresa di Enrico Terrinoni.
Ma è chiaro che la vera scommessa qui è l’altra: quella industriale da mass market. La struttura si è arricchita perciò di due scout, a Londra e a New York, di quattro editor e due grafici. E di un rapporto oliato con la Scuola Holden, dove si vanno a cercare nuovi autori da mettere in produzione. Chi li critica dice: «Lavorano sull’effimero, perché non creano nuovi lettori. Chi legge i loro rosa poi cercherà nutrimento analogo nelle soap opera». Sarà, dicono in casa editrice, ma noi negli anni della crisi siamo gli unici con il segno più. E, per precauzione, toccano ferro. Perché va bene il marketing ma a via Panama le boiserie fatte dall’artigiano è questo che nascondono: ferro come talismano, da toccare quando il vento è in poppa e si ha paura dell’invidia…