Sontuose facciate belle époque o nitide architetture liberty, valletti in livrea che accompagnano eleganti ospiti attraverso le porte girevoli, saloni di ingresso coperti da folti tappeti dove solenni portieri li accolgono dietro banconi di legno pregiato, fiori, vasi di palme che ombreggiano salotti damascati, salette appartate in cui tutto può succedere. Luoghi per ricchi e finti ricchi dove possono avvenire incontri casuali e relazioni fuggevoli, dove si può anche far credere di essere chi non si è. Ecco il fascino irresistibile che emana dagli alberghi di lusso assai frequentati, soprattutto nella prima metà nel secolo scorso, da scrittori come Proust e Mann, Schnitzler, Dürrenmatt, Zweig, Roth, la Christie, Moravia, Nabokov, Waugh, Faulkner, Scott Fitzgerald, ed ancora Capote, Remarque e Green, solo per citarne alcuni. In quello splendore soffice e discreto essi hanno ambientato famosi romanzi o hanno tratto ispirazione per alcuni dei loro personaggi più riusciti.
Anche Vicki Baum varca la soglia di quel mondo con due romanzi: Grand Hotel (Menschen im Hotel, 1929), Hotel Shanghai (Shanghai ’37, 1939). Ai due più conosciuti romanzi seguirà, nel 1944, Hotel Berlin ‘43, ambientato nella Germania nazista.


Grand Hotel, un allusivo romanzo popolare

In Germania Menschen im Hotel (1929) appare prima a puntate sul «Berliner Illustrirte» nel 1928, poi, per l’editore Ullstein, diviene un libro di grande successo e infine un film che vince l’Oscar nel 1932.
In Italia il romanzo è pubblicato da Bemporad nel 1933 con il titolo Grand Hôtel.
Bene riassume l’atmosfera del racconto la frase, forse scontata, ma efficace, sussurrata al termine del film dal cinico dottor Otternschlag, ospite fisso dell’albergo e distaccato osservatore delle vicende che vi snodano: «Grand Hotel: gente che va, gente che viene e tutto resta sempre uguale».
Le bussole splendenti di ottoni separano il grande albergo dalla città convulsa. È un microcosmo ovattato, lussuoso in apparenza, ma con sordide camere nei suoi profondi recessi. Nella hall sfavillante di ori e velluti si avvicendano gente dello spettacolo, spregiudicati uomini d’affari, eleganti mascalzoni e fanciulle in cerca di sistemazione. Il tutto diretto da efficienti impiegati e silenziosi inservienti in divise impeccabili. L’eterea prima ballerina Grusinskaja vede sfuggire giovinezza e celebrità e trova rifugio e nuova vita nelle braccia del barone von Gaigern, nobile spiantato, che si è intrufolato nella sua stanza per rubarle la preziosa collana di perle (Gaigern che scala il cornicione ispiratore del Cary Grant di Caccia al ladro?). L’industriale Preysing, in una riunione d’affari, gioca il tutto per tutto e riprende le redini della sua fabbrica. Conosce la bella Fiammetta (stenografa a ore o aspirante escort?), se ne invaghisce e le propone di seguirlo Inghilterra per lavoro. Il contabile Kringelein, gravemente ammalato, ha i giorni contati e vuole sperimentare la vita nel poco tempo che gli resta.
Nell’atmosfera decadente tra le due guerre, le storie si dispongono in un perfetto mosaico, poi si mescolano, si dividono, tornano ad intrecciarsi, sino al colpo di scena finale, dove chi ha sbagliato pagherà.
Sotto le luci dei grandi lampadari di cristallo, Vicki Baum mette in scena la sua commedia umana con sorridente indulgenza e qualche audacia, non senza riflettere con una certa amarezza sulla caducità delle cose del questo mondo.
Il film prodotto due anni dopo dalla MGM per la regia di Edmund Goulding, dove Greta Garbo (Grusinskaja) e Joan Crawford (Fiammetta), affiancate dai fratelli Barrymore e da altri grandi attori dell’epoca, risplendono per bravura e bellezza, consacra definitivamente la fama di Vicki Baum.
Nel 1945 arriva nelle sale il remake Week end at the Waldorf interpretato tra gli altri da Ginger Rogers e Lana Turner.

«Vicki Baum […] con un innato talento cinematografico per il montaggio delle storie, taglia e cuce le vicende dei suoi sei protagonisti e delle tante figure di contorno (tra cui indimenticabile il portiere in ansia per il bambino che sta per nascere) creando una naturale suspense, regalando umanità ai personaggi, intingendo nell’ironia una penna che racconta storie tragiche. Con tocchi di poesia, con sapienza di osservazione sociale, con una facilità quasi eccessiva di scrittura. Un vero, godurioso, perfetto romanzo popolare» (Irene Bignardi)

[Un ringraziamento ad Aldo Cecconi (Archivio storico Giunti) per averci messo a disposizione la sovraccoperta dell’edizione Bemporad di Grand Hôtel].


Hotel Shanghai

È pubblicato originariamente nel 1939 negli Stati Uniti con il titolo Shanghai ‘37.
Vicki Baum visita Shanghai nel 1937. La città è allora divisa in tre parti: la Concessione francese, la Concessione internazionale e la Città cinese. Non occorre passaporto per arrivarci, è un grande porto franco internazionale. Si comprende perciò che attiri persone dalle più svariate provenienze ed attività: europei, russi bianchi, ebrei in fuga, americani, uomini d’affari e truffatori, avventurieri senza scrupoli, spie e operatori sanitari. Molti di essi con qualcosa da nascondere.
Il conflitto tra Cina e Giappone dura dal 1931 con incessanti incidenti che vedono la Cina costretta a concessioni territoriali. Nell’agosto 1937 il Generalissimo Chiang Kai-shek decide, senza una formale dichiarazione, la guerra totale contro il Giappone assediando Shanghai per oltre ottanta giorni.
Il 14 agosto, conosciuto anche come «il sabato di sangue», l’hotel Cathay (quasi certamente l’Hotel Shanghai del romanzo) viene raso al suolo dalle bombe e tutti gli ospiti muoiono.
In questo ambiente infuocato, premonitore della seconda guerra mondiale, Vicki Baum colloca il suo torrenziale racconto, godibile e profetico.
La prima parte dedica un capitolo alla storia di ognuno dei nove personaggi, uomini e donne (americani, cinesi, russi, tedeschi, un giapponese), tutti a Shanghai per dare una svolta al loro destino. Nella seconda parte la tumultuosa vita della città collega i nove destini fino a farli convergere nel grande albergo in cui ha luogo catastrofe finale. Il romanzo è un credibile affresco di una città torbida ed avvincente, ricca di opportunità e impregnata di morte. L’accurata ambientazione storica della Baum ci immerge con vigore nella Shanghai di quegli anni. L’umanità che guarda dalle terrazze dell’hotel di lusso gli incendi dei combattimenti sino-giapponesi rappresenta un mondo disperato, impaurito, non ancora consapevole che l’esistenza dorata nella quale si crogiola sta per finire tragicamente.
Unica supersite madame Tissaud (Annie Girardot nel film TV del 1996 diretto da Peter Patzak), «una signora bianca di capelli e di enormi dimensioni» che «apparteneva al vestibolo dell’Hotel Shanghai come una delle colonne di marmo nero, che sostenevano il lucernario. Era la voce di Shanghai, ne rappresentava tutte le chiacchiere e tutti i pettegolezzi. Era stata seduta nel vestibolo anche prima che il nuovo grande albergo fosse costruito, quando l’Hotel Shanghai era ancora un piccolo albergo antiquato, con i divani di velluto rosso. Era stata sempre lì, e sarebbe ancora lì se una delle cento piccole e grandi guerre della Cina non avesse raso al suolo la città. Nessuno sapeva da dove venisse»…«Alcuni affermavano che…avesse già abitato nella palude»…altri «che fosse la vedova di un missionario»…«altri ancora assicuravano che fosse la proprietaria di una catena di bordelli»…«Qualunque fosse la verità, Madame Tissaud sedeva nel vestibolo dell’albergo».
Ed è lì che la troviamo, viva e vegeta, nelle ultime righe del libro, dopo il bombardamento, protetta da una colonna. Ebbra di assenzio commenta, rivolgendosi ad un altro scampato: «Ecco cos’è Shanghai…I cinesi sparano sui cinesi e nessuno riesce a capire se sono stupidi o intelligenti. Io lo dico sempre, meglio un cane in pace che un uomo in guerra. Ma che cosa ci vuol fare, monsieur Scott ? “Maski” diciamo noi in questi casi. Quello che deve accadere, accade».
In Italia Hotel Shanghai è stato ripubblicato dalle Edizioni Bookever nel novembre 2004.

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