Scrivere per pubblicare

Di che cosa parliamo quando parliamo di dattiloscritti inediti? Passati i tempi dei castelli di rabbia e dei sogni di gloria sull’onda di dove li portava il cuore, gli aspiranti scrittori sembrano essersi convertiti a un sano realismo artigianale. Negli ultimi anni il popolo di coloro che ambiscono alla pubblicazione con determinazione tale da pagare una lettura professionale ha acquisito consapevolezza, qualche volta anche mestiere. Si ispira a generi e modelli forti, si sforza di costruire un intreccio, è ben disposto verso le fatiche della documentazione storica e la limatura di dialoghi e anacoluti. Fino a rassegnarsi, di buon grado, alla riscrittura ex novo.
 
Gli arrivi più massicci sono stagionali, post-vacanzieri: dopo Natale, dopo Pasqua, dopo le ferie estive, ma anche dopo gli inverni di tanti scontenti. Al telefono gli aspiranti scrittori esordiscono timidi, per farsi, nel volgere dei minuti, un po’ più tranquilli. Stanno ammettendo con qualcuno, all’altro capo del filo, le ambizioni riposte in quel lavoro di 200 cartelle (ma talvolta sono anche 3-4-5-600) che tanto li ha visti penare. Ora vogliono la valutazione di un professionista. Almeno per i più smaliziati, e consapevoli, gli entusiasmi dei familiari non bastano più.
Dopo vent’anni di letture di dattiloscritti si accumula molta esperienza nella presa della temperatura di un testo e fin dalle prime 10/15 pagine si capisce, con risicato margine di errore, se i fondamenti sono ben impostati: tono, ritmo, lingua, presentazione dei personaggi e dell’ambiente, verosimiglianza dei dialoghi, coerenza, gli addendi del romanzesco non sono poi infiniti e il risultato dipende da una tessitura che dev’essere ben programmata fin dall’inizio. Talvolta basta una lettera di presentazione delirante in ambizioni per scommettere sulla precarietà di un lavoro.
Negli ultimi due decenni si sono verificati alcuni importanti cambiamenti nel popolo di coloro che ambiscono alla pubblicazione: è cresciuto in quantità, per esempio, ma anche in qualità media. Proveremo a motivare tale, cauto, ottimismo.
All’inizio degli anni novanta montava sempre più potente (in termini numerici) la marea di coloro che scrivevano riponendo in questa ipotetica carriera molti sogni di gloria; il fenomeno corrispondeva al ridefinirsi, proprio in quegli anni, della figura dello scrittore che stava diventando uno status symbol sempre più di massa, data la sua partecipazione, con visibile successo, al grande circuito mediatico, cinema e televisione in primis. Per tutti valga, ovviamente, l’esempio di Alessandro Baricco.
I testi degli aspiranti, però, fremevano ancora molto di disagi personali, lacerazioni, inquietudini autobiografiche che una trama fittizia mascherava malamente. Crisi matrimoniali, infatuazioni per giovani allieve, impotenze, ripiegamenti, emancipazioni femminili rivendicate, linee materne impraticabili, libertà ritrovate. In molti/e andavano, narrativamente, dove li portava il cuore, secondo un modello forte nell’immaginario popolare di fine Novecento. Forte anche per l’oggettivo riscontro di vendite. E inevitabile: il successo produce imitazione.
È proprio la linea di modelli sempre più consapevolmente assunti, e quella di generi letterari sempre più definiti, che bisogna percorrere per capire i cambiamenti intercorsi fra fine e inizio millennio nella schiera degli scrittori in erba: traiettorie che seguono, anche, le orme dei bestseller degli ultimi quindici anni. Non solo italiani.
Gialli (in numero sorprendentemente massiccio), romanzi storici (inevitabilmente meno, data l’imprescindibile fatica della documentazione), numerosissime saghe fantasy (occorre fare i nomi dei modelli?) e, naturalmente, romanzi a sfondo autobiografico e «realistico»; genere ampio quest’ultimo che si decanta in tipologie diverse, dal romanzo di formazione, alla saga familiare (a sua volta, declinata, fuori dalla fiction, in memorialistica, un genere in crescita decisa, probabilmente sull’onda di quello che avviene nel mercato angloamericano) fino alla commedia generazionale (vita da single o da gay spiritosamente raccontata, secondo la lezione umoristica di Bridget Jones).
Sullo sfondo si riconoscono i profili di maestri vecchi e nuovi, quali il ritrovato Simenon e l’ormai consolidato Camilleri, l’Eco «storico», la Rowling dei maghetti, la Helen Fielding eroina di quelle donne che hanno trovato nell’ironia il registro migliore per esorcizzare molti dei disagi della quotidianità. Merita sottolineare, infatti, che il tono «serio» e grave è sempre meno frequentato dalle aspiranti autrici, là dove invece gli autori continuano a preferirlo. Il melò, per esempio (deriva kitsch del serio-tragico), non è quasi più femmina ma, al contrario, più maschile…
Curioso, no?
Comunque, individuati i debiti emulativi, è opportuno riconoscere anche una maggiore consapevolezza da parte di chi scrive e soprattutto l’irrobustito sforzo di costruire una trama, dalle tinte di genere: giallo, nero, rosa.
Ma questa tensione alla struttura, a una costruzione narrativa gerarchicamente definita e compiuta, se da una parte costituisce un indicatore di novità, dall’altra, tuttavia, difficilmente garantisce sulla bontà del manufatto. E se fin qui abbiamo plaudito alla tendenza, ora dobbiamo segnalare le deficienze compositive.
Infatti, nella maggior parte di questi testi molte imperizie ed errori permangono. Il più macroscopico ha a che vedere con il registro colloquiale, sempre più invadente, prossimo al mimetismo con un parlato vero e proprio che, proprio come nella realtà, troppo spesso sbanda fra la logorrea e il gergale. Chi lo adotta non coglie la mistificazione incombente: si usa la lingua che si parla e la si adotta senza alcun controllo, rigore, coerenza.
Ne fanno fede soprattutto i dialoghi, quei luoghi della narrazione per loro statuto più simili al «reale» che troppo spesso sono lunghi, soverchiamente descrittivi, prolissi; e paradossalmente irreali, impastati di un lessico e di una sintassi che difficilmente sarebbero adottati in una qualsiasi conversazione. Un esempio fra i tanti? «Temo che tu non ti renda conto di quanto mi hai ferito nel profondo dell’anima, calpestando il mio orgoglio e anche il buon nome della famiglia che ti ha accolto con le braccia aperte.» Se il romanzo da cui è stato tratto il frammento arrivasse mai alla pubblicazione, in fase di editing bisognerebbe suggerire una riscrittura che evitasse enfasi, luoghi comuni, inverosimiglianze. E ipotizzare di far dire al personaggio, più semplicemente: «Cerca di capire, hai fatto del male a me e ai miei. Loro invece sono stati buoni con te». In una buona scuola di scrittura, sono proprio questi gli esercizi che vengono proposti, allenando gli aspiranti scrittori a riconoscere, e a evitare, abusi linguistici e prevedibili convenzioni. Molti aspiranti ormai le frequentano come buone palestre di scrittura e lettura, segno di una nuova civiltà culturale in ascesa e della riconosciuta necessità di una strumentazione per affrontare una narrazione. E per evitare marchiani errori; rispetto ai quali è necessario rilevare quanto sia sempre più invasiva, nei dattiloscritti che ambiscono a essere pubblicati, proprio la presenza dei dialoghi, ennesimo debito stavolta contratto, in modo inconsapevole e pedissequo, con il cinema o con la televisione. Troppo spesso, infatti, si leggono similsceneggiature nelle quali la voce narrante latita o si fa sempre più flebile.
Ma molti altri sono gli errori compositivi e le fragilità strutturali: personaggi immobili, uguali a se stessi dall’inizio alla fine i cui nomi americani dovrebbero, però, garantirne riconoscibilità ed energia; ambientazioni in luoghi dalle geografie vaghe e approssimative; ambizioni troppo scoperte a fornire al lettore la morale della favola (soprattutto nei romanzi di genere, là dove è più autorizzata la presenza di buoni e cattivi e di ragioni manichee). E, entrando sempre più nel dettaglio tecnico, l’incapacità a costruire piani temporali diversi (data l’ormai assodata scarsa familiarità con la consecutio temporum. troppo spesso, una volta adottato un tempo della narrazione, quello resta, uguale a se stesso, compromettendo i necessari chiaroscuri temporali. Non è solo il congiuntivo a essere scomparso, ma anche il trapassato remoto dell’indicativo, inghiottito dalla semplificazione di tutte le declinazioni temporali. La piattezza incombe, sia essa del presente o del passato, prossimo o remoto.
La lamentatio sui tempi ci induce a tornare, per un’ultima considerazione, a quei romanzi storici che sempre più spesso confluiscono sulla scrivania del lettore professionista. Il loro recente proliferare ci pare un segnale interessante, nella sua contraddittorietà; se da una parte potrebbero significare una regressione rispetto alla lettura del presente (e del passato prossimo, soprattutto, tempo rimosso, un tabù anche per gli scrittori professionisti), dall’altra però dimostrano che un numero sempre maggiore di autori lavorano appoggiandosi su documentazione e archivi. Niente di nuovo, per carità, Manzoni continua in qualche modo a docere, ma ci pare una buona inversione di tendenza rispetto alla voga del romanzo intimista di qualche decennio fa. Presuppone studio, disciplina, applicazione; attitudini necessarie e imprescindibili per ogni romanziere, al di là della materia narrativa sulla quale s’impegna. Peccato che troppo spesso queste storie attinte dalla Storia mostrino più di una goffaggine nell’impasto di ricerche e creazione, documentazione e realizzazione romanzesca. Il difetto è piuttosto diffuso, non solo in questa tipologia di dattiloscritto. Assai difficilmente, forse in una percentuale dell’1%, si trovano lavori che potrebbero davvero ambire a essere pubblicati. Ma non importa. E già confortante constatare una tendenza in corso: i nostri apprendisti scrittori stanno sviluppando una civile mentalità artigianale. Dove è previsto, se serve, riscrivere ex novo il romanzo che hanno appena mandato in lettura.