Gli scienziati che si raccontano

IMRAD, nato nell’ottocento e attribuito a Julius Liebig: un formato standard in cui scrivere un saggio scientifico, riducendo il resoconto di un esperimento all’indispensabile, eliminando la casualità (fortunata o sfortunata), le vicende personali, la soggettività e lasciando spazio solo alla descrizione dei materiali usati e a una cronologia lineare. Oggi, però, le cose son ben diverse e i saggi scientifici escono dall’anonimato e dai vincoli imposti dell’IMRAD, mettendo al centro l’esperienza autobiografica dei ricercatori che denunciano le nuove e sempre maggiori difficoltà (e banalità) della loro professione.
 
Un articolo scientifico va scritto in un formato standard, detto IMRAD, e consiste in un’introduzione (I) sul perché della ricerca di cui si sta per parlare, una descrizione dei materiali (M) usati e dei risultati (R) ottenuti, seguita da un’analisi (A) e da una discussione (D). Quest’ultima è la parte delicata, dove si argomenta la superiorità dei propri dati su quelli dei predecessori citati in (I) e, dopo un eventuale accenno all’importanza dei propri esperimenti, si sostiene che sono necessari ulteriori approfondimenti, ovvero soldi per altre ricerche.
L’IMRAD è stato stabilito nell’Ottocento per gli autori fino a quel momento scriteriati delle riviste di chimica, e viene attribuito a Julius Liebig. Il nome dice qualcosa, che sia l’inventore dei dadi per il brodo? Non proprio, ma di moltissime altre sostanze sì. Era pestifero e geniale. Si vantava di aver creato a Giessen il primo laboratorio universitario moderno di chimica applicata. Il primo, no, moderno sì per la precisione nell’analisi dei composti organici e, dal 1840, per la biochimica, anche se allora la disciplina non esisteva con questo nome. La quantità di «spin-off» e brevetti che ne uscivano fecero di Julius Freiherr von Liebig, e perciò barone in senso nobiliare oltre che accademico, un imprenditore miliardario. Plus ça change…
L’IMRAD riduce la descrizione di un esperimento all’indispensabile perché altri possano riprodurlo e, se ci riescono, renderlo valido. In un secolo e mezzo si è snellito con l’uso di sigle, diagrammi e tabelle, oggi un po’ vivacizzate dalla computer graphics. Lo standard juliano è economico dal punto di vista editoriale: gli articoli sono più corti, in una rivista ce ne stanno di più; e da quello della comprensibilità: tutti ne conoscono i presupposti e ne colmano le lacune in base alla propria esperienza. Però elimina i casi fortunati e sfortunati, le vicende personali — la soggettività è bandita, ovviamente, il noi d’obbligo se i verbi riflessivi sono impraticabili – per far posto a una cronologia lineare, scoccata come una freccia verso l’happy end. Ovviamente, l’onestà del rendiconto ne patisce perché i passi falsi, i vicoli ciechi, i fallimenti scompaiono. Siccome capire le ragioni di un errore serve (ad esempio il tasso elevato di clonazioni fallite ha fatto capire l’importanza di un atomo di carbonio in più o in meno in un gruppo metile durante lo sviluppo del primissimo embrione), ogni tanto ci sono tentativi di creare su Internet appositi siti. Ma i volontari si scoraggiano presto, il compito è ingrato, i colleghi restii, i finanziamenti inesistenti.
Nei saggi divulgativi, le scienze che riferiscono osservazioni sul campo – zoologia, botanica, la storia naturale per farla breve – hanno evitato l’IMRAD. Tutti hanno presente le raccolte di saggi di Stephen Jay Gould, da Il pollice del panda (ristampato da Anabasi) in poi. Dal gennaio 1974 Gould ha scritto un articolo mensile su «Natural History», «senza una singola interruzione né per cancro, furie dell’inferno, acqua alta o campionato di football americano» (in I Have Landed, Harmony Books, la raccolta curata da lui poco prima di morire il 20 maggio 2002). La scelta di Gould era quella di intrattenere i lettori con fatti quotidiani, propri ma non idiosincratici, e mostrare che da incidenti all’apparenza trascurabili scaturiscono curiosità, ricerche e conclusioni generalizzabili.
(Un esempio. Nel 2001 Gould si ammala di nuovo di cancro. Non si accorge subito di essere sempre più debole perché intanto è successo l’11 settembre. Per le opere che non tiene nella sua galleria d’arte, la moglie Norma Shearer dispone di un magazzino vicino al World Trade Center di New York e, dopo l’attentato, loro due lo trasformano in deposito per le attrezzature necessarie ai soccorritori. Un mese dopo, sul «New York Times», Gould racconta che, con un camioncino carico di cose da sistemare nel magazzino, si fermano una sera a cena in un buon ristorante. Mentre escono trovano il cuoco sulla porta. «È vostro quel camion?» Sì. «Andate alle Torri Gemelle?» Sì. «Aspettatemi». Il cuoco torna con un sacchetto di carta e dentro dei fagottini di sfoglia alle mele. «Sono la nostra specialità, ancora caldi. Per i ragazzi, laggiù».
Gould riferisce il proprio monologo interiore. Fagottini alle mele per quelli che cercano di risollevare un mondo crollato, in mezzo alla polvere e all’odore di carne bruciata e in decomposizione, che sciocchezza. Si sarebbe vergognato a portarli là, insieme ai guanti d’amianto e alle maschere. Ma aveva accettato di distribuirli. Quindi li distribuisce, l’ultimo a un pompiere sfinito, seduto sulle macerie a massaggiarsi i piedi. Il pompiere prende il fagottino. «Ancora caldo», dice e sorride.
Allora Gould si vergogna di aver immaginato che si sarebbe vergognato. I gesti come quello del cuoco sono milioni ogni ora, poco visibili, ne basta uno, atroce, a cancellarli e farci credere che il male sia dominante mentre nella nostra specie, statisticamente, prevale la solidarietà.)
Per Gould, la componente autobiografica è un omaggio a Darwin e altri naturalisti del passato che erano andati dove nessuno era arrivato prima di loro, quindi narravano in prima persona. Riprendevano la forma della testimonianza resa classica da Keplero in Harmonices Mundi (1619). Nella prefazione, Keplero a sua volta si rifà ai resoconti dei primi esploratori il cui motto era all’incirca «vado, scopro un Nuovo Mondo, torno e vi racconto». Le epopee dei portoghesi l’avevano incantato, scrive, erano un’invitation au voyage irresistibile. Siccome erano familiari all’élite colta alla quale si rivolgeva, gli pareva la forma adatta per farsi seguire come Magellano, nel gran mare di fisica e matematica dei moti planetari. (L’accorgimento letterario di Keplero potrebbe avere un secondo motivo. Fare un giro tra le sfere celesti non poteva che giovargli, all’epoca era nei guai terreni fino al collo. Stava difendendo la madre Caterina in un processo per stregoneria nel quale lei rischiava il rogo per la seconda volta. Infatti se a lui l’astronomia deve molto, è lei la strega alla quale dobbiamo il termine «colpo della strega» per quel mal di schiena all’altezza dei reni che folgora e paralizza. Su questo particolare Harmonices Mundi tace, ma rassicuriamo almeno i nostri, di lettori, per la seconda volta il figlio ha salvato la mamma dal rogo.)
Nel racconto di viaggio, il lettore vede con gli occhi del narratore, e gli appunti autobiografici sono inevitabili. La forma è rimasta adatta alla scienza finché la teoria non si è separata dagli esperimenti, e questi dalla costruzione degli strumenti con i quali le misure venivano eseguite, vale a dire finché la credibilità dello scienziato è dipesa dal lavoro compiuto in prima persona, casomai con l’assistenza di servi o studenti anonimi.
Con la prima guerra mondiale, inizia un’organizzazione industriale del lavoro di ricerca in chimica, con la seconda guerra mondiale accade lo stesso alla fisica poi all’astrofisica, e all’epoca del Progetto genoma per mappare tutti i geni umani, l’organizzazione si è estesa a tutte le discipline. Formati all’IMRAD da studenti, gli scienziati si sono messi a utilizzarlo anche per la divulgazione. A parte un curriculum ampliato tenuto in serbo in previsione del premio Nobel, l’autobiografia estesa era un esercizio tollerato in tarda età, per celebrare una propria scoperta e meravigliarsi delle sue ricadute. Nel 1968 c’è stata una prima eccezione, La doppia elica di James Watson, il cui sottotitolo originale era A Personal Account. Nonostante diffide legali che avevano imposto alcune correzioni, era un resoconto davvero personale che ha fatto infuriare tutti gli altri protagonisti, come era nei propositi dell’autore.
Adesso Watson ci riprova con Genes, Girls and Gamow (in pubblicazione da Garzanti) e DNA: The Secret of Life. Ha passato l’età dello scandalo eppure nelle riviste scientifiche i recensori lo rimbrottano spazientiti dalle battute adolescenziali, dal determinismo genetico, dalla convinzione che tanto, se c’è un difetto nel nascituro, basta abortirlo, cosa volete che sia. «Watson è stato il direttore marketing del Progetto genoma umano, e il suo principale piazzista, non vale la pena perdere tempo con la sua ultima brochure promozionale», scrive M. Susan Lindee su «Science». Il giudizio su «Nature» è altrettanto sbrigativo. In Scienza e semplicità, il genetista delle popolazioni Richard Lewontin nota che «DNA: The Secret of Life ha la forma di un’autobiografia in cui “io”, “noi” e “premio Nobel” sono le parole più ricorrenti», e che Watson usa il «noi» per impossessarsi di ricerche alle quali non ha messo mano, poiché da quarant’anni fa il politico, l’imprenditore e l’imbonitore della genetica umana. Sta nella posizione dello «scienziato non più in attività» che egli stesso rimproverava negli anni novanta a critici del Progetto genoma. Non mette più piede in un laboratorio da decenni e per fortuna, secondo il suo biografo Victor K. McElheny in Watson and DNA, Making of a Scientific Revolution, è talmente maldestro che «gli basta varcare la soglia di un laboratorio e le provette cascano da sole dalle mensole».
Dalle critiche mosse a Watson, si direbbe che il codice IMRAD abbia vinto su tutta la linea e debbano rispettarlo anche i grandi vecchi. Invece lo stanno violando dei giovani, e per di più appartenenti a una categoria solitamente riservata perfino dopo l’andata in pensione: quella dei fisici teorici. Come i matematici, hanno poche peripezie da narrare e la loro credibilità non deriva dalla partecipazione a esperimenti e osservazioni sul campo, ma dall’utilità delle loro idee per gli altri. E un gruppo minoritario, che pensa e parla in matematica e del mondo vede i pochi colleghi, i computer, gli aeroporti e, di sfuggita, i luoghi delle conferenze internazionali. In Italia sono già stati pubblicati i due esponenti più noti della nuova tendenza. In Più veloce della luce. L’avventura di una rivoluzione scientifica, Joào Magueijo recrimina contro un «sistema ricerca» che ignora il suo genio, il suo diritto innato a finanziamenti e posizioni di prestigio. Ancora dottorando a Cambridge (Gran Bretagna), ha ipotizzato che nei primi istanti dell’universo la velocità della luce variasse rispetto a quella costante e insuperabile di Einstein. «E uno dei molti che sogna di avere l’epitaffio “Einstein aveva torto, avevo ragione io” inciso sulla propria tomba», ha scritto George Ellis sul settimanale «Nature». L’ipotesi è costruita su lavori precedenti come quelli di Yakov Zeldovich (un genio anche per i suoi critici) e altre più radicali danno lo stesso un universo matematicamente coerente (nell’universo Alice ideato nel 1968 dal fisico teorico francese Jean-Marc LévyLeblond, la velocità della luce è sempre uguale a zero).
La radicalità di Magueijo consiste soprattutto nel linguaggio crudo e rabbioso. Accusa la mafia dei baroni di favorire esclusivamente l’ortodossia, però lui è fellow di Cambridge, reader all’Imperial College di Londra e in più riceve un congruo finanziamento dalla Royal Society. Il sottinteso è che se la mafia non ci fosse, avrebbe già il Nobel e la cattedra che fu di Newton. Terminato Più veloce della luce, i lettori potrebbero crederlo perché non avranno saputo che altri lavori sono in corso prendendo alcuni spunti e scartandone altri tra quelli suggeriti da Magueijo stesso. Nella scienza, tacere dei meriti altrui è considerato disonesto, ingeneroso e da stupidi: avere dei continuatori critici è l’omaggio supremo.
Janna Levin, l’autrice di Come all’universo sono venute le macchie, è ambiziosa pure lei: vuole scoprire che forma ha l’universo. Nessuno lo sa. La faccenda è complicata perché nessuno sa nemmeno di che cosa sia fatto, se non per quel 5% di materia visibile nelle galassie. Come nella parabola dei ciechi che palpano ognuno una parte diversa dell’elefante, l’immagine che i cosmologi si fanno della bestia cambia secondo gli strumenti e le radiazioni che misurano nello spettro elettromagnetico (luce visibile, infrarossi, raggi X, microonde, ecc.). Nel libro, Levin dice di riprodurre lettere mai spedite alla madre. Deve essere vero: tratta il lettore senza condiscendenza e senza barare. Il risultato è di una chiarezza insolita perché i concetti usati dall’autrice nel suo lavoro sono reintrodotti in una continuità storica ed è possibile seguirne gli sviluppi usando i propri ricordi del liceo. All’audacia intellettuale crescente, corrisponde una vita precaria e spartana. Sballottata fra Stati Uniti e Inghilterra con borse di ricerca o contratti a termine avari, sempre in cerca di una stanza uso bagno e cucina, Levin deve anche mantenere un fidanzato all’occasione musicista, con disturbi ossessivi-compulsivi, forse autistico. Queste cose, alla mamma è meglio non spiegarle troppo o si preoccupa, quindi restano sullo sfondo. Quello che emerge poco a poco è una comunità di vagabondi squattrinati, incompresi e incerti se andarne fieri o rammaricarsene.
Il tono aggressivo di Magueijo e quello mesto di Levin sono molto diversi, eppure entrambi denunciano la stessa cosa: la perdita di status della teoria e più in generale dei ricercatori. Soltanto negli Stati Uniti, i ricercatori sono due milioni e se ne prevedono quattro milioni entro il 2010, il doppio dei metalmeccanici dell’industria automobilistica (d’altronde i proventi sui brevetti rappresentano un giro d’affari superiore alle vendite di automobili). Nella stragrande maggioranza sono mano d’opera sacrificabile. Nel giugno 2003 la PPL Therapeutics dove stata clonata la pecora Dolly ha annunciato il licenziamento di 145 ricercatori su 160, una notizia trascurata dalla stessa stampa che pochi mesi prima aveva fatto grandi titoli sulla morte di Dolly. Il lavoro scientifico è diventato banale, la sua sorte lascia indifferenti. Le nuove autobiografie non si concludono con un trionfo, escono dall’anonimato e dai vincoli dell’lMRAD per una protesta dietro la quale si intravede una frustrazione collettiva. Magueijo non ha ancora fatto una rivoluzione scientifica, ma se tutto va per il meglio potrebbe avere dato inizio a una ribellione. Anche l’impresa scientifica è diventata banale, infatti, e ci sono altre cose da denunciare oltre alle gerarchie imbalsamate e ai salari da fame: i conflitti d’interesse, le censure politiche, i ricatti economici, le corruzioni, ad esempio.