Non è un paese per cannibali

Non ci sono più i cannibali di una volta. Oppure, erano stati «fraintesi»? Niccolò Ammaniti – tra bestseller e blockbuster – mette in scena apocalissi borghesi e piccole meschinità da commedia all’italiana punteggiate da catastrofi, esplosioni e notti di tregenda che non in altro consistono che nel travaglio che presiede ogni metamorfosi e nascita di un uomo nuovo, e dunque, potenzialmente, di un nuovo mondo. Intanto Aldo Nove civetta con la poesia, con una scrittura scarna e un’inclinazione al sentimentalismo patetico che, pur esposto a qualche rischio, riprende le disposizioni più genuine degli esordi, come la sensibilità sociale o la moralità.
 
«Una fiaba apocalittica.» Così la quarta di copertina definiva Come Dio comanda, senz’altro una delle prove più convincenti di Niccolò Ammaniti. In effetti, fin dai tempi di Fango, che si concludeva con il lungo racconto L’ultimo capodanno dell’umanità, gran parte delle storie di Ammaniti gravitano intorno all’immagine della catastrofe, dell’apocalisse, della fine del mondo. Ma non si tratta di eventi davvero terminali. Pur praticando le plaghe dell’horror, Ammaniti non è quasi mai tragico (l’eccezione principale è il fortunato Io non ho paura), anzi, negli anni la sua vena comica (o comico-grottesca) si è irrobustita e consolidata, in sintonia con un orientamento complessivo ben attestato nella cultura italiana – cinematografica, oltre che letteraria – degli anni zero. L’Italia, si sa, è paese da commedia. E sia detto senza implicazioni denigratorie: rivisti a distanza di decenni, i film di Monicelli, Risi, Germi, Scola, hanno retto assai bene al tempo. Il che naturalmente non significa che il comico funzioni sempre e comunque – ci mancherebbe altro – né che sia tutto di buona lega. Ma Ammaniti ha dalla sua due armi: un sicuro senso del ritmo narrativo, da genuino scrittore di bestseller, e un tema, che è appunto l’apocalisse. Da giocarsi in chiave grottesca, fiabesca, fantastica, paradossale: non senza risvolti drammatici – qualche morto ci scappa sempre – ma in ultima analisi positiva, proiettata verso il futuro, cioè tecnicamente «comica».
Un’ilarità sbrigliata e paradossale domina in Che la festa cominci, dove si narra come e qualmente una sgangheratissima banda di satanisti della provincia romana trasforma senza volerlo uno sfarzoso festino-safari nel parco di Villa Ada in una cruenta, giocosa mattanza di vip. In compenso, la vittima che era stata destinata al sacrificio rituale in onore di Satana, una cantante buonista e devota colpevole di aver rinnegato le sue origini death metal, se la cava; e a salvarla è proprio il leader delle Belve di Abaddon, in un momento di coraggiosa e generosa ancorché non imprevedibile resipiscenza (generosità e coraggio di cui è del tutto incapace lo scrittore Fabrizio Ciba, vanesio ed egoista). Muore anche, innamorato deluso, il più vulnerabile e smarrito degli adepti della setta; si salvano invece gli altri due, un maschio e una femmina, in segreto già intenzionati a sposarsi, che nell’epilogo ricompaiono nel parco della notte fatale nel ruolo di felici genitori d’un bimbetto. Uno scioglimento in fondo non dissimile da quello di Come Dio comanda, dove gli uccisi e i suicidi sono scelti tra gli odiosi o tra gli irrecuperabili, e da quelli che scampano la vita ricomincia. Anche qui è il fallimento di un piano criminale, una rapina a un bancomat, a provocare una serie di rovine. Una ragazza viene stuprata e praeter intentionem uccisa da un mite, stordito dropout detto Quattro Formaggi, che qualche giorno dopo s’impicca in mezzo al suo adorato presepio; un altro, che mai aveva saputo riprendersi dalla morte accidentale della figlia bambina e dal conseguente abbandono della moglie, perde la testa e si schianta in macchina. Dello squinternato trio di avventizi scassinatori sopravvive solo il capo, salvato in tutti i modi possibili dal figlio adolescente, legato a lui da un rapporto di violento amore-odio nel quale avversione e paura non contavano meno del disperato affetto. Ma si intuisce che d’ora in poi le cose andranno in maniera diversa.
A ben vedere, le catastrofi di cui Ammaniti parla non in altro consistono che nella necessità o nell’opportunità di diventare grandi. Incendi, esplosioni, devastazioni, nubifragi simili a diluvi universali, notti di tregenda hanno come principale funzione quella di rendere possibili metamorfosi: le quali saranno da intendersi nel senso proprio che la parola ha nell’evoluzione degli insetti, cioè come formazione di un individuo adulto attraverso la totale distruzione degli stadi larvali precedenti. La fragorosa, tumultuosa stretta apocalittica è insomma il travaglio che presiede alla nascita di un uomo nuovo, e dunque, potenzialmente, di un nuovo mondo. Nessuna sorpresa poi che in questo quadro ricorra il tema del confronto-scontro con la figura paterna: sia perché rientra nell’iter canonico di fuoruscita da ogni stato di minorità (anagrafica, morale, ideologica), sia perché un’immagine di padre brutale e prevaricatore è ingrediente quasi indispensabile in un thriller – o forse bisognerebbe dire, più esattamente, nella sensibilità di uno scrittore di thriller.
In Io e te, agile racconto dalle cadenze vagamente baricchiane, l’evento della maturazione rimane invece sottinteso. La storia, rievocata in forma di flashback a dieci anni di distanza, ha per tema l’insolita prodezza di un protagonista quattordicenne, introverso e insicuro, che per rassicurare i genitori sulla propria capacità di stringere amicizie si è inventato un invito da parte di una compagna di scuola a una settimana bianca, con l’intento di rimanere tutto il tempo nascosto nelle cantine del condominio. L’imprevisto assume le sembianze della sorellastra Olivia, fino a quel punto a lui quasi sconosciuta, già segnata dalla vita e dalla tossicodipendenza, che per caso lo scopre. Faticosamente (ma forse neanche troppo) tra i due si crea un legame più di fraterno affetto che di opportunistica complicità. Tanto non basterà a mutare il destino di Olivia; la cornice è infatti – come si scopre alla fine – una penosa incombenza legale, il riconoscimento del cadavere della ragazza, morta per overdose con in tasca il numero, mai usato da allora, del cellulare del fratello. Come il protagonista sia uscito dalla sua contorta e grama adolescenza non è dato sapere, ma non è detto lo si debba sapere per forza: il racconto funziona così, nei suoi limiti di prova minore.
Più grave è il vuoto informativo che separa la storia dall’epilogo nell’ultimo libro di Aldo Nove, La vita oscena (2010). Qui incontriamo un protagonista narratore adolescente che, rimasto orfano e sopravvissuto per miracolo all’esplosione causata da una fuga di gas, si abbandona a una sfrenata dissipazione sessuale. Gran parte del libro consiste nel resoconto – pochissimo avvincente – di questa accanita quanto algida débauché–, fino all’ultimo capitolo, spiccio ragguaglio su un percorso di riscatto che appare del tutto arbitrario e immotivato (università, laurea in filosofia, poesie, racconti, la scelta di uno pseudonimo, la decisione di narrare la sua storia, questa storia). Dispiace constatare che Aldo Nove, dopo i fulminanti ma ormai lontani esordi (Woobinda, 1996, Puerto Piata Market, 1997) si sia andato un po’ smarrendo per strada. La sua inclinazione più genuina, a dispetto del debutto «cannibale», rimane quella patetico-sentimentale, forse insufficiente a sorreggere un intreccio, ma capace di produrre qualche buon risultato. Nella Vita oscena, per esempio, la pagina più riuscita è a mio avviso quella dedicata alla bottiglia che una zia porta al nipote ricoverato in ospedale, una mesta imitazione di Coca-Cola da discount verso cui il protagonista prova un senso di languida, estenuata solidarietà. Crepuscolarismo allo stato puro, d’accordo, ma con accenti persuasivi: come del memorabile sonetto «Sono un ragazzo di cinquantun’anni» (l’apostrofo è evidentemente intenzionale), apparso in Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese… (2006), raccolta di interviste a figure reali di precari più o meno giovani, di notevole interesse umano e sociologico, corredate da considerazioni e riflessioni, nonché da qualche stralcio poetico, proprio e altrui.
Il punto è che nella Vita oscena Nove esibisce un campionario di turpitudini e truculenze come una sorta di lasciapassare, di salvacondotto, quasi volesse farsi perdonare il sentimentalismo malinconico che costituisce la sua vera vena. Un sentimentalismo che, pur esposto agli inevitabili rischi di affettazione ed eccessi di mollezza, di per sé certamente non contraddice le sue disposizioni migliori, come la sensibilità sociale o la moralità ben visibile in filigrana già in Woobinda. A ciò si aggiunga il fatto che la sua scrittura, così scarna e segmentata, così ostentatamente paratattica e monoproposizionale, tramata di iterazioni e frastagliata dagli a capo, inclina a una dizione di tipo lirico che stenta a reggere la misura del racconto (lo stesso vale per le interminabili enumerazioni deputate nel capitolo diciotto a descrivere la coazione erotica del protagonista).
Se Nove – che del resto ha al suo attivo svariate raccolte poetiche – civetta con la poesia, evidente e notoria è l’affinità della narrativa di Ammaniti con il fumetto. Ma le incursioni nel campo del graphic novel – come Fa un po’ male (2004), firmato con Daniele Brolli e Davide Fabbri – non mi paiono pietre miliari del genere; meglio le trasposizioni cinematografiche, in cui si è realizzato un positivo sodalizio con Gabriele Salvatores (Io non ho paura, 2003; Come Dio comanda, 2008). Nello spazio che si è ritagliato, tra bestseller e blockbuster, Ammaniti perpetua la capacità della commedia all’italiana di mettere a fuoco, in tono scanzonato e non timoroso della farsa, aspetti rilevanti del costume nazionale. Si veda per esempio, in Che la festa cominci, il predicozzo che Paolo Bocchi – chirurgo estetico cocainomane, capace di disinvolte sguaiatissime conversazioni telefoniche in sala operatoria («Tranquillo ho l’auricolare») – fa durante la festa a Villa Ada all’amico scrittore Fabrizio, sconvolto dalla notizia che il figlio appena maggiorenne della sua amante li ha ripresi di nascosto con il cellulare, e che per non vendere ai giornali un video che è pura pornografia chiede, niente meno, centomila euro con bonifico su una banca svizzera («Mi ha dato l’IBAN»). A Fabrizio, che ha paura di fare «una figura di merda planetaria», Bocchi ammannisce la seguente lezioncina: «Allora non hai capito. Il tempo delle figure di merda è finito, morto, sepolto. Se n’è andato per sempre con il vecchio millennio. Le figure di merda non esistono più, si sono estinte come le lucciole […] Quelle che tu chiami figure di merda sono sprazzi di splendore mediatico che danno lustro al personaggio e che ti rendono più umano e simpatico. Se non esistono più regole etiche ed estetiche le figure di merda decadono di conseguenza». Che è tuttora la realtà del nostro paese, almeno mentre scrivo queste righe.