Primo Levi, una canonizzazione dal basso

Nel Parnaso della letteratura italiana del dopoguerra Primo Levi è rimasto a lungo relegato in una posizione eccentrica.
La sua consacrazione è avvenuta in quest’ultimo decennio, ma ben prima di essere celebrato dalla critica più autorevole Primo Levi era entrato nel «canone» delle letture scolastiche per la sua forza intrinseca, senza cioè il contributo delle prescrizioni ministeriali.
 
Per alcuni decenni Primo Levi ha goduto dei favori di una cerchia di estimatori forse non ristretta, assolutamente parlando, ma non abbastanza coesa e non abbastanza battagliera per garantirgli un posto nel Parnaso della letteratura italiana del dopoguerra. In buona parte ciò sarà dipeso, nel bene e nel male, dalla matrice testimoniale della sua opera. Da un lato i canoni estetici moderni sono stati finora, in linea di massima, poco accoglienti nei riguardi della non-fiction. Dall’altro, il messaggio contenuto in Se questo è un uomo e nella Tregua era così impressionante da suscitare anche nei meglio intenzionati una sorta di timore reverenziale: fra gli impulsi suscitati da quella voce che parlava e ammoniva dall’inferno di Auschwitz, il desiderio di esternare un mero giudizio di valore letterario non si contava certo fra i più urgenti. Un discutibile pregiudizio estetico e un doveroso pudore morale hanno finito così per cooperare a un medesimo effetto inibitorio. «È difficile parlare di Primo Levi», suonava l’incipit di un saggio (peraltro assai notevole) di Cesare Segre; e infatti di Primo Levi, a lungo, si è parlato tutto sommato poco, meno di quanto meritasse. Come Calvino, e ancor più di lui, Levi è rimasto relegato in una posizione eccentrica, favorita in egual misura da una identità professionale estranea alla letteratura (il lavoro di chimico) e da una identità letteraria soverchiata – per quanto paradossale ciò possa apparire – dalle implicazioni storiche, etiche, politiche.
Questo stato di cose è durato fino a qualche anno fa. Già l’improvvisa scomparsa dello scrittore, nel 1987, aveva sollecitato, più ancora che un risveglio di interessi, un maggior impegno valutativo, realizzatosi nelle prefazioni ai tre volumi delle Opere edite dalla einaudiana Biblioteca dell’Orsa (a firma rispettivamente di Cases, Segre e Mengaldo), nonché in alcuni importanti convegni di studio. Il decennale ha sancito, per dir così, la canonizzazione di Levi con una serie di iniziative editoriali, fra cui la nuova edizione delle Opere nella Nuova Universale Einaudi, il numero 13 della rivista monografica «Riga», l’antologia della critica curata da Ernesto Ferrera per la PBE, la raccolta delle Conversazioni e interviste a cura di Marco Belpoliti. Primo Levi sembra essere così assurto al rango di grande scrittore, al di là dell’ipoteca autobiografica: e di grande scrittore nazionale, radicato bensì in un ambiente culturale e geografico preciso, ma non vincolato a esso. Emblematica, da questo punto di vista, proprio la nuova raccolta delle Opere nella NUE: né il prefatore (Del Giudice) né il curatore (Belpoliti) provengono dalla cerchia della cultura ebraica e/o piemontese, che pure tanto ha contribuito alla conoscenza critica di Levi (oltre ai nomi già citati, si ricordino quelli di Giovanni Tesio e Alberto Cavaglion).
L a consacrazione di Primo Levi dipende, come sempre avviene in questi casi, da vari fattori. Il più profondo è forse un’esigenza storica, unita a un delicato passaggio generazionale: al volgere del secolo si avverte più fortemente la necessità di stilarne un bilancio, ripensandone anche i capitoli più nefasti – tanto più che i superstiti testimoni diretti dello sterminio nazista sono, per forza d’anni, sempre meno numerosi. A ciò va probabilmente aggiunta una motivazione che rinvia a quella che potremmo chiamare «ecologia della mente»: in un’epoca contrassegnata dall’avvento della realtà virtuale, è abbastanza plausibile che si avverta un diffuso bisogno di misurarsi con quello che, semplicemente e orribilmente – come Levi ammoniva – è stato. Ora, il Novecento è stato prima d’ogni altra cosa un’epoca di stragi immani, assurde – che a rigore è improprio denominare con termini quali «sacrificio» o «olocausto», legati a un’idea religiosa di redenzione alquanto problematica e precaria, perfino (nella fattispecie) mistificante. E se di eventi che pesano tuttora come macigni sulla coscienza contemporanea si impone in primo luogo il loro ingombrante e insuperabile essere stato, tanto maggiore ne risulterà l’importanza degli scritti che ne rendono conto, con lucidità e fedeltà parimenti ammirevoli, sulla base di un’esperienza direttamente vissuta.
Il raffronto tra passato recente e futuro prossimo (o presente venturo) invita dunque a meditare con rinnovato spirito il Levi memorialista. Più superficiale, e nell’insieme non decisiva, sarà invece la pur sorprendente attualità di molti racconti d’invenzione tecnologica (Storie naturali, Vizio di /orma) , dedicati alla bio-ingegneria, alla clonazione, agli sviluppi della memoria artificiale e del word-processing. Piuttosto, grande rilievo andrà attribuito a un altro fattore, che riguarda l’evoluzione del gusto: il recente apprezzamento della medietà espressiva – o, come è stato detto, dello «stile semplice». Dopo anni di indiscusso prestigio del filone espressionistico, plurilinguistico e dialettale – numi tutelari, Pasolini e Gadda – crescente considerazione riscuotono ora i narratori che hanno inteso elaborare modelli di prosa lineare, trasparente, diretta. Da questo punto di vista, la ricezione leviana segue il solco tracciato da (e per) Calvino: e rientra nel contesto di una cultura letteraria non solo post-avanguardistica, ma anche decisamente post-continiana.
Ma il valore della chiarezza comunicativa, che per i lettori più esigenti e colti si pone in libera alternanza con quelli della sofisticazione verbale, della tensione elocutiva, dell’estrosità stilistica, costituisce per altre categorie di pubblico una condizione pregiudiziale di fruizione. Non deve quindi stupire che, ben prima di essere celebrato dalla critica più autorevole quale uno dei massimi autori del Novecento, Primo Levi fosse entrato in un altro «canone», quello delle letture scolastiche: e per sua forza intrinseca, cioè senza il contributo coercitivo delle prescrizioni ministeriali.
Di fatto oggi in Italia è difficile che uno studente arrivi all’esame di maturità senza aver incontrato Se questo è un uomo. A volte si tratterà di brani raccolti in un’antologia; più spesso (e per fortuna) di una lettura integrale, vuoi nell’edizione normale, vuoi nella versione scolastica approntata dall’autore medesimo nel 1976 per la collana einaudiana Letture per la scuola media, vuoi in una delle successive edizioni commentate (De Agostini, Einaudi Scuola … ), destinate all’uno o all’altro ciclo di studi. Chiunque abbia o abbia avuto a che fare con la scuola sa quanto sia difficile trovare opere di autori italiani contemporanei che si prestino a suscitare negli adolescenti il gusto della lettura, e nello stesso tempo invitino a riflettere su questioni di importanza primaria per la nostra civiltà. Non a caso molti insegnanti, laddove possono, propongono opere di stranieri: il fenomeno è particolarmente vistoso nel caso del biennio, periodo cruciale dal punto di vista formativo e preziosa fucina di sperimentazioni didattiche da svariati decenni in qua.
Ebbene, Se questo è un uomo f a eccezione. La scelta per la lettura di opere integrali può cadere ora sull’uno, ora sull’altro scrittore e titolo: Il sergente nella neve, Il sentiero dei nidi di ragno, Una questione privata, La ragazza di Bube. Ma solo Se questo è un uomo c’è (possiamo dire) sempre: perché è un libro che piace ai giovani lettori e che tuttavia «funziona», non di rado a meraviglia, sul piano didattico. Diciamolo pure: Se questo è un uomo è diventato, nel corso del tempo – prima nelle medie inferiori e nel biennio delle superiori, poi anche nel triennio, per lo più svincolato (ma anche qui le cose stanno cambiando) dal programma di storia della letteratura – una lettura insostituibile, «obbligata»: in una parola, canonica. Detto altrimenti, il primo libro di Levi è diventato quello che dovrebbero essere, e che in molti casi purtroppo (per mille ragioni, non tutte nobili) non sono più I promessi sposi.
Non voglio con questo insinuare l’idea che i critici e gli storici della letteratura siano arrivati con ritardo alle conclusioni cui già da tempo erano pervenuti gli insegnanti delle patrie scuole. Primo, perché sarebbe davvero irriverente. Secondo, perché è ovvio che nemmeno il valore della leggibilità può essere assolutizzato: nessuno può seriamente sostenere che Il sergente nella neve equivalga alla Cognizione del dolore solo perché più facilmente accessibile a un lettore immaturo o poco preparato. E tuttavia, nel caso specifico – eccezionale, per molti riguardi – di Primo Levi è avvenuta anche una precoce investitura collettiva da parte di quelle comunità leggenti di base costituite dalle classi: una sorta di canonizzazione dal basso, senza dubbio graduale, ma nell’insieme convinta, massiccia e (compatibilmente con l’evoluzione dei programmi scolastici) tempestiva. La scuola insomma, per una volta, anziché accogliere passivamente i dettami della cultura accademica si è vista accreditare una propria autonoma scelta. Del resto, una vocazione normativa rientrava pienamente nello spirito e nelle intenzioni del libro. Ben nota è l’importanza che Primo Levi attribuiva al pubblico giovanile; e anche in termini testuali (paratestuali, o peritestuali) quanto mai sintomatica appare l’incorporazione in Se questo è un uomo dell’appendice in forma di intervista che sintetizza il contenuto dei dialoghi a suo tempo intercorsi fra l’autore e le scolaresche.
Fra le circostanze che hanno presieduto alla canonizzazione leviana c’è però un altro elemento che occorre ricordare, d’ordine squisitamente editoriale. L’eccezionale impegno profuso da Einaudi su Levi negli ultimi anni è dipeso anche, in grande misura, dalla volontà di sancire il carattere appunto einaudiano dello scrittore torinese, a fronte della vigorosa offensiva sferrata dai Meridiani Mondadori nel campo della letteratura novecentesca. C’è stata una fase in cui varie case editrici (Mondadori, Einaudi, Garzanti, Riz­zoli, Bompiani) hanno voluto varare una propria Pléiade. Einaudi è ricorsa addirittura al prototipo francese, consorziandosi con Gal­limard; opzione rischiosa e ambigua, rispetto alla quale la stessa collocazione dell’opera omnia di Levi nell’autoctona NUE costituisce quasi una ritrattazione. La dilagante espansione dei Meridiani e il mutato assetto proprietario dello Struzzo hanno certamente giocato un ruolo significativo nella decisione di accantonare rapidamente, a meno di un decennio dall’uscita, l’edizione delle Opere nella Biblioteca dell’Orsa per metter fuori una nuova silloge complessiva, in sintonia con l’attuale processo di ridefinizione del canone letterario novecentesco. Un canone, a quanto pare (ma qui il discorso rischia di portarci lontano), un po’ più «Nord-occidentale» che in passato.