La morale dei faraoni

Per comprendere le ragioni dell’attuale esotismo egittologico, non dobbiamo trascurare la disponibilità degli autori a operare innesti arditi tra il passato e l’oggi con l’obiettivo di rispondere alle ansie esistenziali di fasce cospicue del pubblico di massa, grazie anche al processo di rivalutazione della coscienza individuale come metro per giudicare le esperienze della vita pubblica.
 
Tutto Sommato, 4000 anni fa le cose non erano granché diverse da oggi!», così recita la didascalia di «Zio Paperone e il tesoro di Tutank-Paperon», uno dei racconti a fumetti riuniti in Paperamses. Presentato come primo numero della collana dei Super Miti, il volume raccoglie, insieme a un prologo e un epilogo scritti per l’occasione, dieci testi che in diversa misura hanno a che fare con l’Egitto antico. Ospitati sul settimanale «Topolino» in periodi diversi, tra il 1961 e il ‘96, sono stati ricuciti insieme con l’intento evidente di sfruttare un trend editoriale favorevole.
Astuta e spregiudicata, l’iniziativa rappresenta anzitutto un tentativo di annettere all’esotismo egittologico una fascia ulteriore di pubblico, soprattutto (ma non solo) giovane, andando a pescare in quella riserva cospicua di lettori costituita dagli affezionati del più diffuso periodico a fumetti. Ma costituisce anche una sanzione di credito commerciale, come spesso accade ai livelli meno istituzionalizzati della produzione estetica, pronti a rielaborare, spesso in forma parodistica, i temi dei grandi successi di massa del momento, tanto più se di dimensioni internazionali.
Con disinvolta perizia, gli sceneggiatori si servono dei diversi spunti narrativi che l’Egitto offre all’immaginario collettivo in modo strumentale, piegandoli alle caratteristiche di un prodotto ibrido, che mischia il comico con il fantastico e il fiabesco con l’ av­venturoso. n procedimento è consueto a ogni forma di produzione seriale, tesa per costituzione a moltiplicare il piacere della lettura o della visione riproponendo costanti narrative pluricollaudate in situazioni sempre inedite.
In un universo siffatto risultano perfettamente intonati i molti, macroscopici anacronismi: un forno a legna per cuocere pizze triangolari, un’amaca regale, una caffettiera lignea, un cannocchiale, un corteo di scioperanti incattiviti armati di minacciosi cartelli, e poi, ancora, lingotti d’oro, solventi, spazzole e spazzoloni, una cazzuola, tendaggi, divani, forzieri, seggiole, scrivanie, cassette per la posta, megafoni, posate. Ciò che conta osservare è che Paperamses esaspera una delle componenti di contenuto che hanno contribuito maggiormente a determinare il successo dell’Egitto nel mercato librario, e cioè la disponibilità a operare innesti talora abbastanza arditi tra il passato e l’oggi; una disponibilità che oltre alla fenomenologia psichica – come avviene in prevalenza nella contigua produzione romanzesca – qui coinvolge anche la realtà materiale, a incominciare dagli utensili di uso quotidiano.
Tanto Christian Jacq quanto i suoi emuli tendono, in effetti, a proiettare sull’antichità egizia un insieme di inquietudini e di aspirazioni che hanno la loro ragione di essere nella contemporaneità. Né in ciò bisogna vedere qualcosa di per sé riprovevole. La storia della letteratura insegna che ogni interpretazione romanzesca delle età passate risponde a esigenze del presente. La fortuna incontrata nel primo e nel secondo Ottocento dal romanzo storico si reggeva su un’operazione non molto dissimile: si gettava lo sguardo sulle origini della modernità borghese o sui recenti processi che avevano portato alla sua piena acclimatazione storica, avendo sotto gli occhi tuttavia le contraddizioni non risolte della società contemporanea di cui si intendeva mettere in luce la genesi lontana.
Nondimeno, la diversità dell’operazione balza agli occhi. Nel romanzo storico l’attenzione si concentra su eventi che hanno un rapporto con la contemporaneità di vicinanza stretta, di ordine genealogico e geografico, se non necessariamente cronologico: anche se sono il prodotto di organismi sociali decaduti, gli accadimenti romanzati rendono conto di un insieme di circostanze che non hanno affatto smesso di produrre, nel bene e nel male, i loro effetti nell’oggi. Anche quando si sofferma a indagare di preferenza la vita intima dei personaggi la narrazione mette perciò sempre in discussione la vicenda istituzionale (politica, sociale, economica) delle differenti storie nazionali. Nella saga di Ramses e nelle opere a essa affini, viene fatta oggetto di narrazione romanzesca, invece, un’epoca molto distante nello spazio e nel tempo, che non ha se non modesti nessi di continuità storica con la civiltà occidentale alla quale lettori e autori appartengono. Al di là delle scelte di genere o di stile che differenziano sensibilmente tali prodotti, comunque la motivazione alla scrittura nasce da un duplice impulso, di tipo estetico-fantastico e di tipo divulgativo-documentario insieme. Da un lato, vi è la volontà di investigare i misteri dell’antico Egitto per tenerne in vita la «leggenda» di cui lo scrittore per primo subisce il fascino: siamo in presenza di un gruppo di veri e propri entusiasti dell’antichità egizia, che hanno coltivato a lungo la loro passione raccogliendo nel corso degli anni quante più informazioni era possibile. Dall’altro, vi è l’intenzione di comporre un affresco d’epoca sufficientemente veritiero, che tenga conto delle scoperte archeologiche più aggiornate.
Gli avvenimenti della storia antica posseggono, perciò, in questi romanzi una loro evidenza corposa, che delimita il terreno sul quale si esercita l’operato dei personaggi. Nondimeno, essi vengono costantemente tenuti sullo sfondo della narrazione per dare invece risalto alla dimensione dell’io, che occupa per intero la scena romanzesca. Su questo piano, l’esotismo turistico-letterario passa in second’ordine rispetto al più pervasivo psicologismo, di matrice però prenovecentesca. Pur collocati di fronte a eventi devastanti per la psiche, siano essi determinati dal vuoto istituzionale o dalle incomprensioni che sorgono nei rapporti interpersonali specie di tipo amoroso, i protagonisti conservano in effetti una integrità di carattere che ne fa figure a tutto tondo, che ancora non hanno conosciuto i dimidiamenti dei personaggi senza destino.
Queste osservazioni trovano conferma nell’ultima fortunata prova narrativa di Christian Jacq: Il faraone nero. Dopo un avvio improntato a toni di dimessa quotidianità, il romanzo dà espressione al senso di scoraggiamento che alla fine dell’VIII secolo avanti Cristo si diffonde tra la popolazione in seguito all’indebolimento dell’autorità sovrana: «Menzogna, corruzione, egoismo: questi sono i nostri nuovi signori [ … ] ; ci sono soltanto capi clan che combattono tra loro e pretendono di esercitare il potere supremo».
Poco oltre la sfiducia nei confronti delle istituzioni viene ribadita ulteriormente: «Come credere alle promesse degli uomini di potere? Non hanno altro scopo che il loro arricchimento personale». All’origine di una crisi gravida di conseguenze tanto disastrose vi è lo scarso interessamento con cui il sovrano legittimo Piankhy si occupa degli affari dello stato. Trasferita la capitale a Napata, nel centro della Nubia, lontano dall’Egitto che ha dimenticato da un pezzo, costui si è ritirato nella sua reggia dove, confortato dall’amore che nutre per la moglie principale, si dedica a una vita esclusivamente contemplativa. Il vuoto di potere incoraggia tuttavia le ambizioni del generale libico Tefnakt, intenzionato a ristabilire un’autorità capace di assicurare l’ordine al paese, sia pure ricorrendo alle armi e alla violenza.
Con le sue allusioni neanche tanto mascherate a una condizione comune a molte democrazie odierne, il tema politico costituisce certamente uno dei motivi di maggiore attrazione di questo romanzo. Ma è significativo che la realtà politica venga evocata per essere di fatto subito dopo negata. Ridestatosi sotto i colpi degli eventi dallo stato di accidia in cui è precipitato, Piankhy riesce a riconquistare, per lo più senza nemmeno combattere, i territori nel frattempo perduti e a restaurare un ordinamento istituzionale posto al servizio del benessere collettivo. In tale opera ad aiutarlo non sono però le doti del valoroso stratega e del grande statista; sono piuttosto le doti interiori, le qualità dell’animo: se esce vincitore dal conflitto con il suo avversario, lo deve alla sicurezza che gli deriva dall’avere sempre agito seguendo i consigli della propria coscienza e del proprio cuore, nel rispetto del volere degli dei.
li messaggio è chiarissimo: soltanto arricchendo la propria vita interiore si trova la forza per affrontare gli svariati problemi della realtà fattuale. Ed è un messaggio che trova eco in un fertile filone dell’odierna saggistica di consumo, teso a rinsaldare attraverso vari mezzi la fiducia in se stessi e nella propria azione. Un analogo interesse per la dimensione dell’io emerge anche dalle altre prove narrative nate sull’onda dell’enorme successo arriso a Jacq: il colossal Io, Cleopatra, biografia in tre volumi di Margaret George, Cleopatra. La regina del Nilo di Michel Peyramaure, Figlia del mattino di Pauline Gedge.
Anche qui le ragioni del consenso (sia pure più modesto) decretato dai lettori devono essere ricercate, anzitutto, nella «attualità» di questi romanzi, e cioè nella loro capacità di dare risposta alle ansie esistenziali di fasce cospicue del pubblico di massa. Per un verso, dunque, in essi si riflette il senso di insoddisfazione che un numero di persone sempre crescente avverte nei confronti dei modi in cui la modernità occidentale si è andata articolando nella seconda parte del secolo. Per altro verso, il narratore lascia trasparire la possibilità di dare uno sbocco positivo alle inquietudini della coscienza fornendo l’esempio di una pienezza interiore raggiungibile in ogni tempo, perché slegata dalla contingenza storica. Senz’ altro, una visione delle cose molto riduttiva, che induce mistificatoriamente a trascurare le dinamiche sociali ed economiche che vincolano le scelte degli individui. Nondimeno, a derivarne è la sollecitazione a muovere verso i problemi in modo attivo, confidando anzitutto nelle attitudini alla riflessione.
In un contesto di tale sorta, anche i contenuti della devozione religiosa sono sottoposti a un processo di verifica interiore. I personaggi possono uniformarsi ai comportamenti prescritti dal culto ufficiale, ma mai danno prova di farlo passivamente: sempre il rispetto del sacro, quando c’è, scaturisce da un convincimento maturato nel profondo dell’animo.
Nel momento di maggiore disorientamento etico della modernità, l’esotismo egittologico sembra insomma rilanciare a suo modo il principio cardine della morale moderna che fa della coscienza individuale il metro col quale giudicare l’esperienza. Non per nulla i moduli narrativi a cui più frequentemente viene fatto ricorso sono quelli sperimentati nei sottogeneri romanzeschi che, alle origini della modernità letteraria, hanno maggiormente contribuito a diffondere una morale fondata sui diritti di autodeterminazione del singolo, contrapposta alla morale gentilizia che al suo centro poneva l’orgoglio familiare. Naturalmente, i modi del romanzo storico (inteso secondo la formula classica come un racconto misto di storia e fantasia) hanno la maggiore evidenza; ma è pur vero che la narrazione accoglie sovente forme del romanzo d’avventure e del romanzo di amore coniugale.
Va detto tuttavia che mentre nella saga di Jacq il racconto si sviluppa in modi tutto sommato persuasivi, nella maggioranza degli altri casi la riuscita estetica è indebolita dalla elementarità e dalla prevedibilità di un montaggio che non conosce altra forma di organizzazione del discorso narrativo se non quella più semplice, di tipo lineare. Nell’Ultimo faraone il congegno romanzesco si struttura in maniera ordinatamente classica e razionale seguendo parallelamente le vicende di entrambi i fronti avversi con una spiccata tendenza alla simmetria: divisi dalla personalità e dalla maniera di trattare i vinti, i due generali nemici sono affiancati nel loro comune progetto da due vigorose figure femminili di non comune saggezza, che assolvono entrambe un ruolo di primo piano nelle scelte tattiche. Ma Jacq introduce in un organismo romanzesco edificato sostanzialmente sul modello del genere avventuroso una serie di elementi disparati, attinti soprattutto alla spy story e al fantastico, con qualche incursione nei territori dell’erotismo, che movimentano con efficacia la struttura narrativa.
Per le sue caratteristiche di insieme, a sé si colloca, invece, l’ultima fatica narrativa dell’antichista Valerio Massimo Manfredi, senz’altro il frutto più interessante dell’ondata di favore nei confronti dell’esotismo egittologico. Romanzo ricco d’azione, abilmente orchestrato con una varietà di piani narrativi e di motivi tematici, Il faraone delle sabbie si inserisce nell’ambito di un post­modernismo disincantato e divertito, che si esercita tuttavia sul piano della strutturazione compositiva più che su quello delle scelte espressive, e la scrittura è modulata in base alle consuetudini di un italiano standard di matrice giornalistica.
TI protagonista William Blake è un uomo dei nostri tempi, ultimogenito della rigogliosa stirpe degli antieroi. Nell’arco di poco tempo il mondo gli è crollato addosso: arrestato ed espulso dall’Egitto mentre stava compiendo delle ricerche intorno a un testo dell’età di Ramses II o di Merenptah che fa cenno alle vicende del libro biblico dell’Esodo, una volta tornato in patria viene poi allontanato dall’Orientai Institute presso il quale insegna e, contemporaneamente, abbandonato dalla moglie. Depresso al punto da meditare il suicidio, ha la possibilità di risalire la china grazie all’interessamento di una misteriosa e peraltro sospetta compagnia, incaricata di eseguire prospezioni geologiche in Medio Oriente, che gli offre la possibilità di dare prova delle sue competenze studiando la tomba di un presunto dignitario egizio.
Con il procedere della vicenda, l’avventura archeologica si va progressivamente complicando spostandosi verso i moduli della fantapolitica e del thriller, con una conseguente accelerazione del ritmo narrativo. n motivo di maggiore interesse è offerto tuttavia dall’allusività visionario-irrazionalistica che percorre l’intera narrazione. In conformità all’onomastica, il protagonista si avventura di buon grado nei domini dell’ignoto e dell’inverosimile, ma lo fa sempre passando al vaglio della ragione le sollecitazioni anche sconvolgenti che ne ricava. A derivarne, dunque, è una dichiarazione di scetticismo disponibile, che non si ritira di fronte a ciò che sfugge alla comprensione della logica, ma nel medesimo tempo non rinuncia a lasciarsi orientare dalle facoltà dell’intelligenza critica.