In Lombardia non si pensa con le mani

Piace davvero poco la riforma dell’istruzione e formazione professionale che il governatore lombardo vorrebbe introdurre nella sua regione. E lontana dalle caratteristiche più interessanti degli odierni assetti culturali, tende a elevare barriere sociali arricchendo istituti non sempre degni di chiamarsi «scuole», costerebbe tanto e renderebbe poco. E, in fondo, non andrebbe a genio nemmeno al vero eroe, oggi, della destra europea. Perché rischierebbe di creare uri organizzazione scolastica secondaria parallela e alternativa a quella dello Stato.
 
Primo esempio. Da un decennio a questa parte, mi capita di insegnare, in laboratori universitari, una materia quanto mai sfuggente che si tende a chiamare «scrittura»: sia essa professionale e accademica, sia essa (ma meno spesso) creativa. Una delle costanti della mia attività è di natura squisitamente tecnologica. Devo spiegare ai miei studenti come si usa un computer. Almeno a una parte di loro sono costretto a fornire nozioni pratiche, praticissime intorno a questioni di hardware e, assai più spesso, di software. Soprattutto il programma di videoscrittura da tutti, o quasi, usato deve essere almeno ogni due lezioni ripreso: come si fa a contare caratteri e parole, come si utilizza il correttore ortografico, in che modo si genera la nota a piè di pagina; ma anche la maniera di impostare paragrafi e interlineature, la differenza fra tondo e corsivo (sic!), e così via. Non di rado devo intervenire per rimediare a piccoli incidenti: recuperando file salvati in luoghi inaccessibili, ripristinando la giusta posizione del tasto «Ins» («Prof, non capisco, quando scrivo mi si cancella il testo!»), ricordando che prima o poi bisogna decidersi a dare un nome al file in uso e a prevederne il salvataggio. Qualche mio collega si scandalizza, si atteggia a moralista, io mi sono rassegnato a fare il babysitter digitale senza averne alcun titolo: in fondo la cosa non mi costa fatica e mi diverte. Già: ma che tipo di sapere si pratica in questi casi? che cosa insegna esattamente un professore di letteratura italiana cinquantenne quando tura le falle di un’educazione informatica carente? E un umanista o un tecnico?
Secondo esempio. Quello che in Italia viene considerato e spesso venerato come il più grande psicologo dell’educazione vivente, l’americano e splendido novantenne Jerome Bruner, continua a svolgere la propria attività presso una Facoltà che corrisponde alla nostra Giurisprudenza. Ma, e soprattutto, insegna argomenti che in Italia rubricheremmo come Narratologia, se non come Teoria della letteratura o Letterature comparate. Vale a dire, lui come molti altri «letterati» stranieri si trova spesso a professare il cosiddetto pensiero narrativo entro curricoli non umanistici, o comunque non tali in senso stretto. Fuori dell’Italia è in effetti normale che si usino competenze e conoscenze mutuate dall’universo del récit per spiegare come si fonda l’io (o il Sé), come viene scritta una legge, in che modo evolve il modo di pensare di una comunità, ma anche per cogliere le trasformazioni dei paradigmi scientifici o di certe rappresentazioni della tecnologia. Di nuovo: che cosa abbiamo di fronte quando parliamo di pensiero narrativo? Ci riferiamo a qualcosa di estetico, scientifico o tecnico?
Ecco, chi invece esaminasse il quadro della società italiana a partire dai dibattiti pubblici, quali emergono attraverso i giornali e il polemismo spicciolo, e soprattutto a partire dalle iniziative della politica, avrebbe l’impressione che tale fusione di orizzonti sia oggi del tutto inesistente. Badiamo per il momento soprattutto alla politica. Un primo riferimento viene dal cuore dell’Italia cosiddetta avanzata ed europea. La Regione Lombardia in data 6 agosto 2007 ha approvato una legge (la n. 19) riguardante quello che subito è stato siglato Ifp, vale a dire il sistema (appunto regionale) dell’istruzione e formazione professionale. L’obiettivo è creare un’organizzazione scolastica, secondaria superiore, parallela e alternativa a quella amministrata dallo Stato, dalla «Pubblica istruzione». Idea ambiziosissima, anche se a ben guardare invera quanto previsto in maniera esplicita dalla cosiddetta riforma Moratti (vale a dire la legge 53/2003 ) traendone le debite conseguenze al livello specifico di competenza, quello regionale.
Mi spiego. Dopo la discussa riforma nel 2001 del titolo V della Costituzione (nata, si badi, da un’iniziativa del centrosinistra) che attribuisce alle Regioni competenze normative esclusive in determinati ambiti, è in effetti previsto che le Regioni possano governare in modo autonomo l’istruzione professionale. Si è aperto un varco, che il passato governo di centrodestra ha tentato di allargare con l’obiettivo appunto di separare il più possibile l’istruzione professionale dal resto delle secondarie superiori, unificate sotto l’ambiziosa dicitura di «Sistema dei licei». In parole povere: da un lato si voleva sancire la centralità di un modello culturale in ultima analisi classicheggiante, provvedendo a contemperarlo nel modo più indolore con i saperi tecnici (è per esempio sintomatico che dalle ceneri dei passati istituti tecnici sia nato un ambiguo «liceo tecnologico»); dall’altro si voleva creare una scuola precocemente orientata al lavoro, il cui radicamento nelle realtà locali (aziende, laboratori artigianali, scuole professionalizzanti regionali e private per lo più sprovviste di titolo legale ecc.) permettesse un più facile inserimento nel mondo della produzione. Si ritornava così, in qualche modo, allo spirito profondo della primissima riforma Gentile: gli aspetti strettamente meccanici della formazione umana erano espulsi dal campo della «vera» istruzione, quella liceale, e dovevano divenire appannaggio di un settore a parte, quasi totalmente finalizzato alla costruzione di una professionalità praticistica. La scuola morattiana offriva sì la possibilità di rivedere la propria scelta e di passare da un dominio all’altro, ma prevedeva modalità di canalizzazione selettiva fin dai 13 anni (nell’ultimo anno della secondaria inferiore).
Il fatto è che dalla tarda primavera 2006 gli orientamenti del governo di centrosinistra si sono mossi in una direzione molto diversa, e in maniera tutto sommato risoluta. Con il classico escamotage della Legge finanziaria (le riforme da noi si fanno così), è stato finalmente elevato l’obbligo scolastico – adesso si parla però di «obbligo di istruzione» – a 16 anni: in questo modo, è chiaro, si riducono gli spazi di manovra di chi voglia progettare un assetto formativo altro da quello nazionale. Ma, soprattutto, quasi a prendere in contropiede il buon governatore della Lombardia, in data 2 aprile 2007 è stato convertito in legge (la n. 40) il decreto cosiddetto Bersani che all’articolo 13 recita inequivocabilmente: «fanno parte del sistema dell’istruzione superiore […] gli istituti tecnici e gli istituti professionali». Si è cercato cioè di «ristatalizzare» – anche in linea di principio – gli istituti professionali. Insomma, il progetto della Regione Lombardia è entrato nel frattempo in rotta di collisione con alcune norme nazionali: al punto che si assiste a un vero e proprio conflitto istituzionale, su cui prima o poi dovrà pronunciarsi la Corte costituzionale (come peraltro è stato richiesto prima dalla stessa Regione Lombardia e poi dal ministro della Pubblica istruzione).
Il quadro in effetti è complesso, e non sempre dalla stampa quotidiana viene illustrato nel modo giusto. Si dimentica per esempio di dire che il dicastero Fioroni ha fatto la scelta (discutibile, ma forse anche comprensibile) di agire in maniera più «pubblica» di quanto non avessero fatto Moratti e Berlusconi: vale a dire di non abrogare la legge di riforma della passata maggioranza, ma di cercare di correggerla con provvedimenti specifici; questo, nell’intento di non determinare costosissimi e fastidiosissimi «contrordini», cioè una catena infinita di contro-controriforme che renderebbe quasi impossibile (e incomprensibile) un’attività governativa razionale. E, soprattutto, si dimentica che il design dei professionali morattian-formigoniano mira non tanto a sostenere attività sinora confinate nel privato e tuttavia degnissime e da tutti apprezzate (poniamo: le scuole dei salesiani, molti istituti della Regione), ma soprattutto a conferire la patente di «scuola» o «istituto» a una miriade di attività che impartiscono forme di istruzione unicamente pratica, poco più che botteghe prive di ogni spessore culturale. La «sussidiarietà» invocata soprattutto dal cattolicesimo di centrodestra prospetta redenzioni e benedizioni a vantaggio di non-scuole che speculano sugli abbandoni e cercano di vendere qualche straccio di certificazione. Tanto più che l’affare diventa ancor più lucroso nel momento in cui il principio dell’alternanza scuola/lavoro, e simili soluzioni di inserimento precoce «in azienda», consentono di sancire accordi con le imprese, cui si garantisce (gli stages sono solo una delle formule previste) una forza lavoro poco qualificata sì, ma a costo zero.
Tuttavia, e appunto, se anche non agissero considerazioni di tipo strettamente politico-sociale, uno sguardo all’attuale, reale assetto dei saperi dovrebbe rendere del tutto inaccettabile il progetto formigoniano. Lo stesso Sarkozy che tanto piace alla destra italiana (e non solo a quella, pare) ha dovuto subito prendere un provvedimento scolastico opposto a quello lombardo: di fronte al fallimento del cosiddetto apprentissage junior (che nessuno voleva frequentare) introdotto da appena un anno, ha rinunciato all’abbassamento dell’età a cui si può accedere alle scuole professionali, riportandola da 14 a 16 anni, come in Francia era sempre stato (ricordo che, Moratti regnante, il limite era a 14, ma come detto con un anticipo di fatto a 13).
Una base comune di saperi aperti e intrecciati, capaci di contaminare le sfere della conoscenza che un tempo si definivano opposte, appare l’unico requisito affidabile per una formazione democratica, se non proprio egualitaria (anche se capisco che quest’ultima parola farà storcere il naso a qualcuno). Difficile pensare che alla flessibilità, cui tutti noi lavoratori siamo e saremo chiamati, si possa rispondere in altro modo. A meno che si sia in grado di teorizzare, cinicamente, principi di esclusione sociale: tali per cui (come in Francia in pratica era stato fatto davanti alla rivolta delle banlieues, per reagire alla paura che aveva suscitato) si cerchi di dirottare una quota di studenti riottosi e irrecuperabili in scuole «differenziate» o «differenziali» capaci di reintrodurre almeno provvisoriamente un po’ di pace sociale. Persino l’attuale sindaca di Milano – da intelligente politico quale era ed è – aveva dovuto prendere le distanze da un pedagogista come Giuseppe Bertagna che la spingeva troppo chiaramente in quella direzione.
Certo. E in questo senso in fondo si potrebbe anche essere blandamente ottimisti. L’istruzione italiana del 2006-2007 è stata meno iniqua di quella precedente, qualche segnale di progresso l’ha dato. Restano, nondimeno, due perplessità. Intanto, il «fuori» della scuola, ciò che la comunità civile chiede all’istituzione, e il conformismo con cui da «dentro» ci si sente in dovere di replicare. Curiosamente: domande e risposte ruotano quasi solo intorno alla «ricostituzione della cultura», e non al suo rinnovamento. Un bene del passato deve essere restaurato, di contro alle malefatte del berlusconismo, al suo elogio del privato e dell’impresa. E, così, il primo esame di maturità (o esame di Stato che dir si voglia) del secondo governo Prodi ci ha restituito il fantasma del padre Dante: nella prova di letteratura italiana, per la seconda volta nel giro di tre anni il Ministero ha proposto un passo della Commedia, optando per un classi(ci) smo davvero riprovevole se si tiene conto che in questo modo circa la metà dei maturandi è stata esclusa da tale tipo di scritto (appunto, non in tutte le scuole è affrontato Dante l’ultimo anno delle superiori; laddove un qualsiasi Leopardi o Verga o persino Pirandello avrebbe avuto quasi il 100% dei consensi «di programma»). E, così, quando il 10 luglio 2007 il redivivo ex ministro Luigi Berlinguer ha ripreso sul «manifesto» alcuni dei passati discorsi riformisti, è stato prontamente subissato di critiche da molti professori lettori di quel giornale, sostanzialmente uniti nella difesa della scuola italiana in quanto tale, delle sue nobili tradizioni, compendiate – come tutti sanno – nei valori del gloriosissimo liceo classico.
Infine, e per concludere, resta una perplessità strutturale, che mi riporta all’inizio del discorso. È bello che un Paolo Giovannetti umanistucolo qualunque possa essere il primo docente che seriamente ti spiega come usare un normale word processor, uso del tasto «Ins» compreso. Ma se mamma e papà non sono degli intellettuali o dei fan della rete, oppure non hanno abbastanza soldi, sarebbe meglio se l’istruzione pubblica cominciasse presto a dirti che cosa significa sovrascrivere. Per far questo, bisogna che tutte le scuole d’Italia comprino degli strumenti detti computer o calcolatori per metterli a disposizione di tutti, e che il parco macchine si rinnovi continuamente. Taccio del software, delle stampanti e del danno inferto al patrimonio boschivo della Svezia. Poi, ci vuole personale docente preparato – continuamente aggiornato circa i princìpi tecno-letterari qui in oggetto – e addetti alla manutenzione. Ciò ha un costo, com’è noto. Alto, molto alto. Chi va a dirlo al Padoa-Schioppa di turno?