La scuola tra rassegnazione e resistenza

I «libri sulla scuola scritti da insegnanti» sono andati a costituire negli ultimi anni un vero e proprio genere letterario; il tono degli autori è un misto di sentimenti contrastanti: dall’indignazione alla disillusione, dalla sfiducia alla volontà di «resistere». Passati i tempi gloriosi dei metodi didattici alla don Lorenzo Milani e Gianni Rodari la cui ricezione superficiale e banalizzata ha peraltro prodotto una serie di guasti –, urge soprattutto un ritorno a un buon senso che funga da antidoto al vacuo pedagogismo su cui spesso si basano riforme, finte riforme, sperimentazioni e pseudosperimentazioni.
 
Il capostipite nobile dei pamphlet di argomento scolastico può essere senz’altro considerato Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani, il fortunato libello uscito per la prima volta nel 1967. Tra gli anni ottanta e novanta, assopitisi i furori contestatari (dal ’68 al ’77), è stata poi la volta di libri che declinavano la denuncia delle storture e delle assurdità del mondo scolastico nelle tonalità del comico e del grottesco. Parliamo, per esempio, dell’opera di Domenico Starnone (Ex cattedra, 1987; Fuori registro, 1991; Sottobanco, 1992; Solo se interrogato. Appunti sulla maleducazione di un insegnante volonteroso, 1995) o anche del bestseller del maestro elementare Marcello D’Orta, Io speriamo che me la cavo (1990), che strappava il sorriso dei lettori attraverso uno «stupidario» capace di evidenziare il sostanziale fallimento formativo dell’istruzione dell’obbligo.
Le cose, però, negli anni a noi più vicini sono cambiate. Forse perché il sistema scolastico italiano, nella realtà prima che nella sua interpretazione sulla pagina, è passato bruscamente dalla farsa alla tragedia: tagli finanziari indiscriminati (di anno in anno, di finanziaria in finanziaria, oltre ogni più pessimistica previsione), assoluta assenza di progettualità costruttiva, maldestri tentativi di risparmio spacciati per epocali riforme, mancanza di percorsi formativi certi per i futuri docenti. Fatto sta che i nuovi libri sulla scuola sono tutto tranne che comici: il tono degli autori è un misto di sentimenti contrastanti che vanno dall’indignazione alla disillusione, dalla sfiducia alla volontà di «resistere» nonostante tutto.
Proprio all’antecedente «alto» di don Milani fa esplicito riferimento il sottotitolo del volume di Mila Spicola, La scuola s’è rotta. Lettere di una professoressa. L’autrice, laureata in Architettura e per alcuni anni ricercatrice precaria in Storia dell’architettura alla Sapienza di Roma, dal 2007 è docente di ruolo di Arte e immagine in una scuola media della periferia di Palermo. Nel suo libro il racconto della realtà scolastica diventa anche il racconto di ampie zone di disagio e di marginalità sociale. Il libro è organizzato in alcune lettere, scritte dall’autrice al ministro dell’istruzione Maria Stella Gelmini (colpevole di palese incompetenza) e al ministro dell’Economia Giulio Tremonti (colpevole di aver massacrato la scuola statale dal punto di vista degli investimenti), a un’amica avvocato (che accusa gli insegnanti di lavorare poco e male) e poi, ancora, «alla collega dal registro perfetto» (che crede che fare bene l’insegnante significhi, semplicemente, adempiere ad alcune incombenze di tipo burocratico), a una mamma, all’ultimo della classe.
La prima lettera è, appunto, a don Milani: «Caro don Lorenzo, sono passati quanti anni dalla lettera che avete inviato, tu e i tuoi ragazzi, a una professoressa, cioè anche a me? Quarantadue? Quarantatré? Il mondo è cambiato mille volte da allora. È cambiato il mondo e sono cambiata io, che in realtà ho esattamente gli stessi anni di quella lettera che tengo sul comodino e conosco a memoria. Sono nata tre mesi dopo la sua pubblicazione, nell’agosto del 1967». Eletta negli organi di partito alle primarie del 2007, Mila Spicola è stata fino al luglio 2010 responsabile scuola del Pd a Palermo. Non stupisce quindi che il tono del suo libro sia sostanzialmente politico (la pubblicazione del volume le ha anche procurato una collaborazione al quotidiano «l’Unità» sui temi scolastici), volto a rivendicare un diverso modello di istruzione, più inclusivo e democratico. Proprio in questo il riferimento a don Milani trova la sua giustificazione.
Anche il libro di Giuseppe Caliceti, Una scuola da rifare. Lettera ai genitori, è un’opera politica. A partire dal vissuto dell’autore, maestro elementare a Reggio Emilia, il volume si propone di difendere «la scuola che vogliamo»: laica, gratuita, libera, solidale, capace di formare le nuove generazioni a un senso di responsabilità civile, tesa a valutare l’apprendimento ma anche attenta alle emozioni; una scuola in cui si impari a lavorare insieme e sulla quale lo Stato sappia investire come su una risorsa. Al punto di vista dell’insegnante ogni giorno in cattedra si alterna quello dello studioso del sistema scolastico italiano e internazionale: «Un’altra cosa che non dice nessuno: nel 2007 il rapporto OCSE-Pisa rileva come i risultati ottenuti dagli studenti delle scuole pubbliche italiane siano superiori a quelli degli studenti delle private». E da questo dato che per Caliceti occorre ripartire per difendere un bene prezioso che rischia di essere letteralmente smantellato a causa della miopia di chi ci governa.
Ricco di dati e di riflessioni è il libro di Girolamo De Michele, La scuola è di tutti. Ripensarla, costruirla, difenderla. L’autore, che insegna Storia e Filosofia in un liceo di Ferrara, è molto efficace nel tratteggiare lo stato di emergenza in cui versa il sistema scolastico italiano, ma anche nel rivendicare la sua capacità di offrire un luogo di «resistenza» culturale e civile: «Il fatto è che per un verso la scuola è, come dice il mio amico maestro elementare Mirco, lo specchio di una società impazzita: di una società nella quale, come in una crema che non si è amalgamata, i singoli elementi galleggiano separati qua e là. Per un altro verso, invece, la scuola è l’ultima componente della società che si oppone a questa broda disgustosa: le è stato dato questo compito, e volente o nolente se ne deve fare carico».
Uno spaccato realistico e credibile del mondo della scuola secondaria è presente nel libro di Silvia Dal Pra’, Quelli che però è lo stesso. Questa volta si tratta di un romanzo, seppure apertamente autobiografico. La protagonista è (come l’autrice) una brillante laureata in Lettere, con alle spalle un dottorato di ricerca, due anni di studi all’estero, due lingue straniere scritte e parlate, pubblicazioni in sedi prestigiose. L’opera racconta la sua prima esperienza come insegnante (precaria) in un istituto professionale di Ostia. Nella narrazione troviamo i colleghi (quelli più anziani e rassegnati, quelli sessantottini fuori tempo massimo, quelli che si fanno i fatti loro e a scuola ci vanno solo per accumulare i contributi previdenziali…) e, ovviamente, i ragazzi. Questi ultimi offrono un quadro deprimente di una società cinica, ignorante e intollerante. L’insegnante con coraggio e determinazione sfida i loro pregiudizi e grazie alla letteratura spera di riuscire a scalfire le stupide sicurezze che allignano in un ambiente sociale arido e desolato dal punto di vista etico e culturale.
Veniamo infine al nome inevitabile, visto il tema, di Paola Mastrocola, che è forse l’insegnante di liceo più famosa d’Italia. Da quando ha esordito nel 2000 con il romanzo La gallina volante, spesso i libri di questa scrittrice hanno affrontato l’argomento della scuola, attraverso le forme della narrativa o della saggistica: sempre a partire dal proprio vissuto di docente di Lettere in un istituto superiore del torinese.
Anche il suo ultimo libro parla di scuola. E un vibrante pamphlet intitolato Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare. A dover «togliere il disturbo» dalla scuola sono oggi, paradossalmente, proprio gli insegnanti. Perché alla scuola la politica e le famiglie chiedono sempre più cose – di essere luogo di socializzazione, di crescita umana, di divertimento – ma sempre meno che essa formi e informi sul piano culturale. Dunque chi professionalmente si è formato per «insegnare» (insegnare una specifica materia, una «disciplina», come non a caso si dice) si trova a essere percepito come sempre più obsoleto.
A un certo punto del libro, Paola Mastrocola racconta di aver partecipato a Napoli a un convegno didattico. Tra le comunicazioni c’era quella di due maestre che hanno mostrato, attraverso un video, alcune scenette realizzate in classe con i loro allievi: venivano messe in scena delle favole in cui i bambini, per esempio, mimavano l’ululato del vento o i versi degli animali. «Quando è toccato a me fare l’intervento» commenta l’autrice «mi sono permessa di dire che avevo capito perché noi al liceo siamo costretti a fare dettato ortografico: se oggi i miei allievi non sanno né leggere né scrivere né parlare, forse è perché alle elementari s’impara a mimare tutti insieme il vento.»
Qualcuno potrebbe a questo punto tacciare Paola Mastrocola di catastrofismo. Eppure chi insegna sa che molti dei problemi che l’autrice denuncia (in questo suo libro, come nei precedenti) sono assolutamente reali e drammatici nella loro gravità. Non è un caso il successo di Paola Mastrocola presso il pubblico dei docenti. I quali evidentemente trovano nelle sue parole efficace eco al proprio disagio. Paola Mastrocola non è affatto una bieca conservatrice, anzi, le sue critiche all’attuale sistema scolastico (critiche, ricordiamolo ancora una volta, mosse dall’interno, e quindi espresse a ragion veduta) sono motivate da una preoccupazione – civile, progressista e dunque politica nel senso alto del termine – per il futuro delle nuove generazioni, sempre più a rischio di un vero e proprio «analfabetismo di ritorno». L’appunto che caso mai le si potrebbe muovere è relativo a una certa renitenza a riformulare le aspettative e la riflessione sulla scuola a partire dai mutamenti che la società italiana nel suo complesso ha attraversato negli ultimi decenni.
Tra gli anni sessanta e settanta hanno avuto credito i metodi didattici propugnati da personaggi di straordinaria caratura come don Lorenzo Milani e Gianni Rodari. Paola Mastrocola mostra di apprezzare la carica rivoluzionaria di quelle idee, ma lamenta il fatto che la ricezione superficiale e banalizzata di tali modelli educativi ha prodotto nella scuola tutta una serie di guasti. Guasti che l’autrice denuncia, per proporre soluzioni basate non su un anacronistico ritorno al passato, bensì, semplicemente, su un buon senso che forse, almeno ogni tanto, sarebbe bene recuperare, quale antidoto al vacuo pedagogismo su cui spesso si basano le riforme, le finte riforme, le sperimentazioni e le pseudosperimentazioni.