Dalle sabbie di Marte alle rovine di Milano

Se già dagli anni sessanta esiste in Italia una produzione critica sulla fantascienza, stimolata dagli interventi pionieristici di Sergio Solmi, solo in tempi più recenti l’utilizzo di una scrittura di tipo postmoderno, intesa come pastiche, parodia, ibridazione di generi, ha consentito l’affermazione di una generazione di scrittori italiani (Evangelisti, Vallorani) che, pur usando alcuni degli espedienti della fantascienza «classica», ha saputo svincolarsi da una impostazione puramente formulaica e dalla subalternità ai modelli americani.
 
Pur vantando nobili origini (Darko Suvin ritiene che essa inglobi anche la tradizione utopica), la fantascienza- o, se si vuole utilizzare il più noto termine inglese, science fiction – è un genere che appartiene alla cultura di massa novecentesca e che ha trovato il suo terreno di incubazione nei pulp magazines americani degli anni 1920- 1930, vivendo un’esistenza marginale e sotterranea accanto alla più rinomata produzione delle anti-utopie (distopie) che, da Il tallone d’acciaio di Jack London al Mondo nuovo di Aldous Huxley, caratterizzano la prima metà del Novecento, fino a sfociare nel fortunatissimo, quanto ideologicamente controverso, romanzo di George Orwell 1984 (1949). Il carattere avveniristico e avventuroso delle opere di fantascienza precedenti la seconda guerra mondiale non poteva attirare l’interesse della cultura italiana, in bilico tra la tradizione umanistica e i tentativi di politicizzazione fascista, semmai attenta a romanzi che si potevano prestare a una lettura in chiave anticapitalistica e anticomunista, come il·già citato Mondo nuovo di Huxley, prontamente tradotto nel 1933, un anno dopo la pubblicazione in Inghilterra. D’altra parte, il carattere pedagogico e spesso adolescenziale di molte delle opere di science fiction almeno fino agli cinquanta avrebbe costituito anche in seguito un ostacolo spesso insuperabile per chi si accostava a questo genere con una visione «culta», aristocratica, della letteratura. Sull’infantilismo dei lettori “ella fantascienza avrebbe scritto in modo sprezzante Elémire Zolla in L’eclisse dell’intellettuale (1 959).
Nel periodo subito successivo alla seconda guerra mondiale, quando la cultura americana diviene per molti versi un modello affascinante durante la fase della ricostruzione del nostro paese, anche l’industria editoriale italiana comincia a prestare ascolto all’esistenza di una letteratura dell’immaginario scientifico che appare subito come un prodotto – o, piuttosto, un sottoprodotto – dello strapotere tecnologico degli Stati Uniti, trionfante attraverso la diffusione dei primi elettrodomestici (tra cui spicca l’apparecchio televisivo), minaccioso per effetto dell’utilizzo di armi terrificanti, tra cui la bomba atomica, impiegata contro il Giappone nell’agosto 1 945 .
Non è probabilmente da considerare un caso fortuito il fatto che sia stata la casa editrice Mondadori a introdurre in Italia la fantascienza in una pubblicazione periodica. Già prima degli anni trenta, non senza dover superare qualche diffidenza del regime, Mondadori aveva lanciato una serie di collane, tra cui i «Gialli economici», che riconoscevano l’importanza dei generi letterari, offrendosi come «letture per tutti i gusti e per tutte le età» (Enrico Decleva, Arnoldo Mondadori) . Ora, all’inizio degli anni cinquanta, era arrivato il momento di riconoscere l’importanza dei romanzi di ispirazione scientifica, che negli Stati Uniti e anche in Inghilterra potevano contare su un pubblico di lettori fedeli e su alcuni scrittori (Isaac Asimov, Arthur C. Clarke) nobilitati da un pedigree ineccepibile. Mondadori inaugura «l romanzi di Urania» il 10 ottobre 1952 . Il primo titolo, Le sabbie di Marte, a firma di Arthur Clarke, viene presentato come «un autentico capolavoro della narrativa a sfondo scientifico e fantastico», legittimato dalla competenza scientifica del suo autore, il quale, «non per nulla», è «un noto scienziato, membro della British Astronomica! Association e Presidente della Società interplanetaria britannica». L’accostamento dei due termini, apparentemente irriconciliabili, «scientifico e fantastico», è certamente dovuto alla penna del direttore del nuovo periodico, Giorgio Monicelli, a cui si ascrive il merito di aver coniato il neologismo «fantascienza», che prevale su altri tentativi meno sintetici, come «scienza fantastica». Pur rivolgendosi a un nuovo pubblico, più adolescenziale e fin dall’inizio fondamentalmente di sesso maschile, la nuova collana non rinuncia all’elemento della suspance, ben noto agli amanti del giallo. Ancora nella presentazione di Le sabbie di Marte, del resto, si afferma: «È una lotta affascinante e paurosa su un mondo in agonia. [. .. ] Ma la fine del romanzo darà al lettore la più straordinaria – e la meno impossibile delle sorprese…». Non mancano i tentativi, in quelle che sono vere e proprie prefazioni editoriali, di nobilitare il genere conferendogli la dignità di un’autentica opera d’arte. Così, Anni senza fine di Clifford D. Simak, numero 18 della serie, uscito il 20 giugno 1953 , «non è soltanto un capolavoro di fantasia scientifica; è anche opera di poesia, soffusa di una mesta e pensosa bellezza».
In realtà, i primi anni cinquanta vedono un proliferare di iniziative editoriali, che sono state rievocate, tra gli altri, da Lino Aldani (La Fantascienza) e in seguito da Vittorio Curtoni (Le frontiere dell’ignoto. Vent’anni di fantascienza italiana). Particolarmente coinvolto nella fase pionieristica della fantascienza, Lino Aldani, prolifico romanziere e critico, ricorda l’esistenza, sei mesi prima della nascita di «l romanzi di Urania», della collana «Scienza fantastica» di Lionello Torossi, e il momentaneo successo, durante l’estate 1 957, di una «miscellanea di pubblicazioni che [… ] invase le edicole con copertine raffiguranti astronaute in bikini», «un deplorevole fenomeno» (pp. 13 1-132), a cui partecipano autori italiani che si nascondono sotto improbabili pseudonimi come Nora De Siebert e Delta Bily. Nello stesso anno, nasce la prima vera rivista italiana, «Oltre il cielo», che cerca di proporre una via italiana alla fantascienza, svincolando i suoi autori dalla necessità di firmarsi con nomi anglo-americani.
In una certa misura, la storia semisecolare della fantascienza in Italia può dividersi in due percorsi diversi, seppure contigui e talvolta sovrapposti. Innanzitutto c’è la produzione fantascientifica proveniente dai paesi dove il genere si è sviluppato, e cioè gli Stati Uniti in primis, poi l’Inghilterra e, in misura assai minore, la Francia, la quale viene esportata sul mercato nazionale con traduzioni nei primi tempi a dir poco approssimative e comunque di solito palesemente inadeguate di fronte all’uso di termini di derivazione scientifica o pseudo-scientifica. Un capitolo a parte meriterebbe la cronaca della comparsa in Italia della fantascienza sovietica, presentata come un correttivo ideologico allo strapotere anglo-americano e lanciata soprattutto da Feltrinelli, che, nel 1960, ad esempio, ospita nell’«Universale economica» il lungo e un po’ tedioso romanzo di Ivan Efremov La nebulosa di Andromeda.
Di fronte allo scarso interesse, o addirittura allo scetticismo, della cultura letteraria italiana, la fantascienza targata USA, soprattutto quella che è ospitata ne «l romanzi di Urania», o in altre collane mondadoriane (tra le quali è da ricordare la «Biblioteca Economica Mondatori», che comprende una «serie blu» dedicata appunto alla fantascienza), cerca di individuare uno spazio culturale che si colloca tra avventura (talvolta con .un pizzico di erotismo, visibile, ad esempio, in certe copertine di Karel Thole o nelle illustrazioni che gratificano gli occhi dei lettori adolescenziali di «Urania» con immagini di fanciulle prosperose, lontane parenti delle «astronaute in bikini»), divulgazione o dissertazione scientifica, e curiosità per un futuro percepito soprattutto come minaccia, più che come celebrazione del progresso. In una categoria a parte vengono collocate le opere di esplicita derivazione anti-utopica, a cui viene riconosciuta una più genuina impronta letteraria, tanto è vero che Cronache marziane di Ray Bradbury viene pubblicato nel 1954 nella «Medusa», affiancandosi al Mondo nuovo di Huxley, già ristampato nel 1951. Non è piccolo merito della editoria “specializzata”, peraltro, aver introdotto in Italia scrittori anglo-americani che solo in seguito, diventando famosi, sarebbero stati recuperati e valorizzati per il grande pubblico: penso al Ballarci di «I romanzi di Urania», a Kurt Vonnegut jr., pubblicato da La Tribuna di Piacenza, a Ursula K. Le Guin nelle collane della Nord di Milano, per arrivare, in tempi assai più recenti, alla «Collezione Dick» dell’editore Fanucci di Roma, curata da chi scrive e destinata a presentare in modo organico tutta l’opera di Philip K. Dick, considerato ormai uno dei maggiori romanzieri americani tra gli anni cinquanta e l’inizio degli anni ottanta. Di particolare rilievo, nella ricostruzione di una prospettiva storica che riguardi il radicamento della fantascienza anglo-americana in Italia, è l’attività della casa editrice La Tribuna, presente in questo campo dal 1 959, che importò tra l’altro in Italia molti dei numeri della rivista americana «Galaxy», come viene ricordato nel catalogo Le macchine dell’infinito. Fantascienza editoria immagini. Com’era il futuro a Piacenza, a cura di Vittorio Curtoni. Se vogliamo rimanere, comunque, nell’alveo della fantascienza delle origini, così come era percepita dalla cultura italiana degli anni cinquanta, in quanto genere di puro consumo, difficile da catalogare nel suo ibridismo bastardo (i tempi del postmoderno sembravano lontani anni luce), allora è necessario sottolineare il salto di qualità editoriale compiuto nel 1959 dalla pubblicazione dell’antologia einaudiana Le meraviglie del possibile, a cura di Sergio Solmi e Carlo Fruttero. Nella sua eccellente prefazione Sergio Solmi riprende una serie di spunti che aveva già sviluppato in Divagazioni sulla science fiction, l’utopia e il tempo («Nuovi argomenti», novembre-dicembre 1953, pp. 1-28), suggerendo un suggestivo confronto tra la diffusione in Europa del romanzo cavalleresco, alimentata dalla scoperta e dalla conquista del Nuovo Mondo, e la fantascienza contemporanea: «Ancora, e di nuovo, una letteratura eminentemente popolare, impregnata di un diffuso mito collettivo, accompagna sul piano immaginario una grande svolta storica […] oggi è la scoperta dei nuovi mondi che la scienza dell’atomo, l’astronautica, la nuova biologia ci lasciano intravedere… ». Grazie all’impegno di Solmi e ad alcuni interventi di Gilio Dorfles, Umberto Eco, Vittorio Spinazzola, e di pochi altri intellettuali sensibili alla sociologia della letteratura e ai problemi posti dalla cultura di massa, all’inizio degli anni sessanta la fantascienza angloamericana comincia a uscire dal ghetto, tanto più che nel 1962 l’editore Valentino Bompiani pubblica un aggiornato panorama critico del romanziere inglese Kingsley Amis, apparso due anni prima in Inghilterra, Nuove mappe dell’inferno, che ribadisce l’importanza di una fantascienza satirica di matrice swiftiana, attenta ai fenomeni contemporanei, consapevole di muoversi nell’ambito di una immaginazione adulta, non nella sfera dell’intrattenimento giovanile o della divulgazione scientifica. Alla fine del decennio esce il primo studio accademico che collega la science fiction alla tradizione del grande romance americano (C. Pagetti, Il senso del futuro). Da allora le indagini critiche sulla fantascienza si sono moltiplicate, occupandosi non solo della produzione letteraria, ma anche di quella televisiva e cinematografica (come testimoniano saggi e monografie di Franco La Polla e, più recentemente, di Gianni Canova), della fantascienza delle donne (0. Palusci, Terradilei) , dei rapporti esistenti tra scienza e fantascienza (A. Caronia, Il cyborg; R. Giovannoli, La scienza della fantascienza), mentre non mancano le monografie dedicate a singoli autori (R. Bianchi, Asimov; L. Marchetti, Il tempo e il fuoco. I primi romanzi di Kurt Vonnegut jr.) e dal 1981 al 1987 appare perfino una rivista di critica della fantascienza, «La città e le stelle», a cura di Carlo Pagetti. Un nuovo impulso allo studio della fantascienza angloamericana potrebbe arrivare, del resto, dall’organizzazione di alcuni convegni internazionali, come quello tenuto su Philip K. Dick nel 2000 presso l’Università di Macerata (sono in uscita gli Atti, curati da V. De Angelis e U. Rossi), e dalla presenza in Italia di Darko Suvin, già professore di letterature comparate presso la McGill University di Montreal e fondatore nel 1974 della rivista «Science-Fiction Studies», conosciuto nel nostro paese per la traduzione di Le metamorfosi della fantascienza, pubblicata da li Mulino nel 1985. Tramontata l’epoca delle riviste specializzate, attive soprattutto negli anni sessanta («Gamma», la prima pubblicazione periodica ad aprire alla critica, «Robot», «Aliens»), la fantascienza anglo-americana viene diffusa nel nostro paese, oltre che da «Urania», oggi un po’ in ribasso malgrado l’abile guida di Giuseppe Lippi, da alcune case editrici storiche, tra cui si distingue, per il suo dinamismo e per la consapevolezza della fine dei generi narrativi formulaici, la Fanucci di Roma, che si avvale della competenza di due giovani americanisti, Mattia Carratello e Luca Briasco, mentre prosegue in vario modo l’interesse per la fantascienza di Einaudi e si distingue anche qualche casa editrice «minore» (la Shake di Milano). Alcuni tentativi, tesi a valorizzare la fantascienza dal punto di vista della presentazione grafica, non sono riusciti a consolidarsi: penso alle belle edizioni di «Interno Giallo», anch’esso patrocinato da Mondadori. Altre case editrici (Armenia, Solfanelli) vivono ormai ai margini del mercato.
Rimane da dire – ed è il secondo punto a cui si accennava in precedenza – dei tentativi di «rifondare» la fantascienza sul suolo italiano, dandole una identità nazionale, separata dalle imitazioni esplicite o dai «falsi», fatti circolare in origine attraverso l’utilizzo di posticci travestimenti inglesi. Va subito aggiunto, tuttavia, che anche i vari N.H. Laurentix di Risonanza cosmica («Urania», n. 128, 21 giugno 1956) o Samy Fayad di Ulix il solitario («Urania», n. 208, 19 luglio 1959) andrebbero studiati senza pregiudizi, come antesignani probabilmente inconsapevoli di quel gusto del pastiche e della falsificazione narrativa che il postmoderno ci ha consentito di apprezzare fino in fondo. In ogni caso, il pacifico sbarco della fantascienza americana in Italia negli anni cinquanta si accompagna inevitabilmente alle prime rivendicazioni di una autonomia nazionale di chi vuole o vorrebbe cimentarsi con lo stesso genere. È pur vero che gli aspiranti scrittori si trovano di fronte al severo monito di Carlo Fruttero, tra i primi curatori di «Urania», il quale sentenzia: «Un disco volante non può atterrare a Lucca». Può essere una curiosa legge del contrappasso – o forse una conferma dell’opinione di Fruttero – il fatto che proprio a Lucca si sia stabilito un paio d’anni fa il già citato Darko Suvin, probabilmente il maggior studioso che la fantascienza possa vantare ancora oggi. A Lucca forse no, comunque, ma a Roma sì, se dobbiamo prestare fede a Ennio Flaiano e al suo Un Marziano a Roma, presentato per la prima volta al Teatro Lirico di Milano nel novembre 1960. Ma proprio l’opera di Flaiano mostra un approccio alla fantascienza largamente strumentale, poiché il suo Marziano è semplicemente una nuova versione, aggiornata ai tempi, dello straniero in visita in un altro paese, e infatti, come spiegano le «Note sui Personaggi», «Niente di diabolico o comunque di strano nel suo volto e nelle sue maniere, che sono quelle di una persona perfettamente educata, con improvvisi slanci e cupi pentimenti. La sua disinvoltura è sempre meditata. Veste con sobria eleganza, cioè con una punta di goffaggine», un dandy di provincia, non certo una delle creature mostruose sbarcate da un UFO in territorio americano.
Semmai, la satira di Flaiano conferma che la fantascienza italiana non ha un autentico interesse per l’immaginario scientifico – una posizione, questa, ribadita da Lino Aldani nel suo saggio del 1962, efficace testimonianza di uno dei primi scrittori che tentano di inserirsi nel genere, senza rinunciare a una propria fisionomia: «Il perno intorno a cui ruota tutta la produzione rimane l’elemento fantastico, il quale ovviamente tende a manifestarsi sotto specie scientifica assumendo della scienza il linguaggio e il segno esteriore, in quanto che l’uomo moderno non è più disponibile ad accettare il fantastico sotto le forme della fiaba e del mito».
La vocazione al fantastico della science fiction italiana viene in seguito ribadita da alcune riviste che cercano di promuovere sia sul piano teorico, sia su quello delle applicazioni narrative, una via italiana alla fantascienza. Inizia «Futuro», diretta da Massimo Lo Jacono, il cui primo numero, uscito nel maggio 1963 , comprende racconti di Inisero Cremaschi, Piero Prosperi e Lino Aldani (e tra i collaboratori bisogna ricordare almeno anche Sandro Sandrelli) e proclama nel suo editoriale di cercare un «terreno aperto e comune», precisando subito dopo: «Terreno essenzialmente italiano, perché anche la science fiction italiana è adulta, non può rassegnarsi al ruolo di Cenerentola, relegata in appendice alle varie pubblicazioni specializzate, matrigne nei confronti del prodotto locale più qualificato, quanto indulgenti e tenere con la produzione straniera anche la più scadente».
Se l’impostazione di «Futuro» sembra rispondere soprattutto a un atteggiamento polemico nei confronti di «Urania» o di altri periodici maggiori che non riconoscono la dignità degli autori italiani (e, a rafforzare il patriottismo fantascientifico, non mancano le interviste a scrittori di primo piano, come Comisso o Vittorini, che ribadiscono la loro benevola attenzione per la fantascienza), «La collina», pubblicata nel 1980, si presenta ambiziosamente come «rassegna di critica e narrativa insolita, fantascienza e neofantastico diretta da Inisero Cremaschi» e si serve di un impianto teorico, affidato soprattutto alle riflessioni dell’italianista Giacinto Spagnoletti, che insiste sul termine «neofantastico» come distintivo della produzione nazionale. L’una e l’altra iniziativa hanno breve durata, confermando semmai che gli intellettuali italiani nutrono per la fantascienza un interesse piuttosto superficiale e sostanzialmente effimero. Non si possono però sottovalutare gli sforzi di Inisero Cremaschi e di Gilda Musa, una scrittrice sensibile e dotata d’una sua ricchezza poetica, per nobilitare il genere. Già nel 1964 i due curano assieme l’antologia di racconti I labirinti del terzo pianeta, a cui partecipano, accanto ad Aldani e a Sandrelli, Libero Bigiaretti e Mario Soldati. Il tentativo più ambizioso viene promosso da Cremaschi nell’antologia Universo e dintorni, pubblicata da Garzanti nel 1 978. Nell’introduzione alla raccolta di 29 racconti rigorosamente italiani, lo scrittore milanese risale alle Operette morali di Giacomo Leopardi per esaltare una autonoma tradizione nazionale e, nello stesso tempo, ricorda che anche l’Italia dell’epoca possiede le sue centrali nucleari e ha conosciuto le sue catastrofi industriali. Mi pare questo il momento più convincente della rivendicazione di una via italiana alla «fantascienza creativa». Resta però irrisolto il problema di fondo: quando uno scrittore italiano esterno alle problematiche del genere si accosta all’immaginario scientifico, egli di solito non si riconosce in una narrativa di genere come la fantascienza. È questo il caso soprattutto di Italo Calvino, le cui Cosmicomiche vengono considerate parte del canone dagli studiosi di science fiction, ma che mostrò sempre una notevole diffidenza nei confronti del termine, come ebbe la cortesia di scrivere anche a me dopo aver letto una mia recensione a Ti con Zero (La FS personale di Calvino, «Gamma», marzo 1968). Né un qualche aggancio alla fantascienza come genere a se stante venne riconosciuto da Tommaso Landolfi, il cui Cancroregina anticipa in modo straordinario certi temi sulla condizione di follia a cui va incontro l’astronauta nel suo viaggio cosmico, o tantomeno Guido Morselli, nei romanzi pubblicati dopo la sua morte, a cominciare da Dissipatio H. G. , che nello stesso titolo sembra voler rendere un ironico omaggio a HG. Wells. È più facile intercettare qualche incursione nella dimensione della satira e dell’anti-utopia, come quella tentata da Sebastiano Vassalli in 3012. L’anno del profeta.
È probabile che la frattura italiana tra una tradizione «alta», interessata alla fantascienza in modo solo molto episodico, e la tradizione «bassa» degli specialisti della fantascienza sia stata sanata solo recentemente da una disposizione generale più favorevole alla ibridazione dei generi, alla mescolanza delle forme e delle modalità narrative. A ciò si deve il successo di Valerio Evangelisti, favorevolmente menzionato anche nelle pagine di Tirature 2000 (Bruno Falcetto, Passato e futuro. Romanzo fantascientifico: fantadetection e cyberpunk, pp. 65-67). Il suo Nicolas Eymerich, inquisitore, Premio Urania 1994, uscito sul n. 1241 (2 ottobre 1994) del periodico mondadoriano, incrocia un truce medioevo fantastico con un livello più tradizionalmente tecnologico-futuristico.
Gli ultimi esiti della fantascienza italiana si muovono sostanzialmente nella stessa direzione, accentuando la presenza di espressioni gergali, l’uso della parodia, l’allusione colta o ironica che può rimandare a un presente ben riconoscibile e localizzabile. Nasce così la figura di uno scrittore di fantascienza italiano che si muove tra fiction e studio dei fenomeni culturali contemporanei stimolati dalle nuove tecnologie informatiche, come è il caso di Carlo Fermenti, l’autore di Nell’anno della Signora, o che è una specialista di letteratura inglese e di fantascienza delle donne, come Nicoletta Vallorani, la quale, nel suo ultimo romanzo, Eva, crea un eroe del futuro capace di citare con disinvoltura Cuore di tenebra di Conrad, mentre si aggira per le strade di una Milano balcanizzata in rovina a caccia di cadaveri, e arriva fino a piazza Sant’Alessandro, dove si trova «li Centro di riabilitazione. Cr come centro rifiuti. li posto degli avanzi. Piazza Sant’Alessandro, di fianco alla chiesa». Piazza Sant’Alessandro, dove oggi è ben riconoscibile una delle sedi della facoltà di Lettere e Filosofia della Statale, presso cui la Vallorani insegna. Saremo sempre «noi marziani», come recita il titolo italiano di uno dei più straordinari romanzi di Philip K. Dick, ma, da adesso in poi, nel caleidoscopio del futuro immaginario che emerge dalle pagine di un romanzo di fantascienza, anche un po’ «noi milanesi».