Scuola, riforma, editoria: un triangolo autoreferenziale

Il primo abbozzo dei programmi della riforma Moratti delle superiori, in cui sono rintracciabili residui di una concezione gentiliana del sapere, prevede per alcune materie cambiamenti rispetto all’oggi che richiedono una elaborazione editoriale non affrettata, anche per uscire da una prevalenza autoreferenziale della didattica sulla valenza culturale. Ma in attesa dei nuovi programmi, gli editori di scolastica inseguono con rimaneggiamenti dei testi i contenuti di una riforma dimezzata.
 
Come non pochi, pur lungi dall’essere Cassandre, avevano pronosticato, alla vigilia dell’apertura dell’anno scolastico 2005-2006 la riforma è ancora incompiuta: nulla è stato deciso per quanto concerne le “superiori” (si continuerà a ricorrere alle vecchie usuali denominazioni, di più immediata comprensione). L’unica novità degli ultimi dodici mesi è la diffusione da parte del Ministero di una prima bozza dei nuovi quadri curricolari e dei nuovi programmi, preceduti da una fumosa dissertazione sulle linee pedagogiche ispiratrici (peraltro in tutto simili a quelle già indicate per le medie).
L’editoria scolastica, pertanto, si trova né più né meno nella stessa situazione di grave incertezza delineata da Tirature l’anno scorso. L’intervento che ne parlava potrebbe essere ripubblicato senza cambiare una virgola e risulterebbe forse ancora più attuale. A distanza di un anno si possono però fare alcune considerazioni in più, in aggiunta e a momentaneo completamento, per tentare una prima valutazione dell’impianto culturale dei nuovi programmi e degli effetti che una riforma dimezzata e in parte addirittura inesistente ha indotto sulla produzione editoriale scolastica.
Gli abbozzati programmi di italiano per le superiori (uguali per tutti i futuri licei) presentano alcune novità interessanti nella direzione di una complessiva “classicizzazione” e di una accentuata attenzione alla padronanza della lingua. A partire dagli anni settanta lo studio di italiano nel biennio delle superiori si è sempre più configurato, nella pratica didattica, come acquisizione di basi strumentali secondo una impostazione che potremmo definire semiotico-struttural-narratologico-formalista, con scarsa o nulla attenzione alla contestualizzazione storica. Nei nuovi programmi le indicazioni relative allo studio della letteratura sono distinte in due parti: la prima (titolo: L’espressione letteraria) ripropone l’acquisizione di basi strumentali all’incirca negli stessi termini, la seconda (Le basi delle tradizioni letterarie europee) delinea invece un vero e proprio studio, per sommi capi, delle letterature antiche e del Medioevo latino, a partire dalle letterature del Vicino Oriente, dalla Bibbia e dall’epica greca e latina, fino all’«emergere delle lingue e letterature neolatine», passando attraverso «l’apporto dei Germani e degli Arabi: aspetti linguistici e letterari». Un programma “classicizzato”, dunque, che qualifica la conoscenza delle letterature europee preromanze come ineludibile bagaglio culturale di base per tutti: e la cosa in sé può non dispiacere, ma può anche assumere un più discutibile risvolto gentiliano se la si mette in relazione con la tentata eliminazione dai programmi di scienze delle medie dell’evoluzionismo darwiniano. Un programma di fatto raddoppiato in quantità: ma mentre per altre materie a programmi divenuti più onerosi corrisponde non raramente una diminuzione delle ore settimanali, per italiano sono previste ovunque quattro ore, e quindi un incremento di un’ora per gli ex istituti in via di liceizzazione.
Per il triennio la novità prevista è la continuazione dello studio della lingua sotto forma di approfondimenti relativi a morfosintassi, lessico e semantica, «caratteri forti della comunicazione scritta» e di un «consolidamento e sviluppo della competenza testuale». Il proposito di dare continuità e unitarietà all’insieme dei cinque anni sotto l’aspetto sia linguistico sia letterario è evidente.
Ma quando i nuovi programmi di italiano saranno definitivi e approvati, quando entreranno in vigore? Non si sa, e nel frattempo l’editoria scolastica tende a evitare nuove opere e a rimaneggiare quelle già sul mercato con nuove edizioni che qua e là ammiccano ai contenuti della futura riforma.
In situazione analoga si trova l’editoria per le altre materie, in modo particolare per le lingue straniere (i cui programmi subirebbero una virata in senso molto più pragmatico e molto meno culturale), e per gli insegnamenti giuridico-economici, sui quali vale la pena di soffermarsi brevemente. A partire dai lavori della commissione Brocca, e poi via via nel quadro dei corsi sperimentali, degli ordinamenti riformati di alcuni indirizzi dell’istruzione tecnica e dell’incompiuta riforma Berlinguer, lo studio del diritto e dell’economia era previsto nel biennio come momento imprescindibile per una moderna formazione culturale dei futuri cittadini. Le bozze dei programmi Moratti mantengono lo studio di queste due materie solo nel biennio del liceo economico: in compenso prevedono lo studio di arte, in varie forme, nel biennio e di storia dell’arte in gran parte dei trienni. Il riconoscimento del valore culturale e formativo dello studio dell’arte non può che essere condiviso, ma il fatto che un analogo riconoscimento venga contemporaneamente negato a quello di diritto ed economia (nell’attuale contesto mondiale, oltretutto) è molto indicativo di quali siano gli assi culturali portanti della riforma. Senza dimenticare, poi, che oggi esistono case editrici di scolastica specializzate in testi delle discipline giuridico-economiche che si troverebbero di fronte a una drastica riduzione del mercato potenziale a cui prevalentemente si rivolgono.
Nella scuola media, invece, la riforma è in atto e il suo effetto immediatamente più percepibile sul piano della produzione editoriale è il peso anche quantitativamente straripante che ha assunto il Materiale per il portfolio. L’esigenza da cui tutto nasce è reale e semplice: in una società sempre più “mobile” ed europea è opportuno che ogni studente sia accompagnato da una documentazione scolastica più analitica delle pagelle, da cui risulti che cosa ha effettivamente imparato a fare (Certificazione delle competenze). Per le lingue straniere sono già stati individuati gli standard europei dei livelli di apprendimento; per le altre materie è ancora tutto da fare e potrebbe risultare molto complesso o addirittura impossibile. Il “portfolio italiano” della riforma Moratti (che verrà introdotto anche nelle superiori) è già sulla carta uno strumento surreale che persegue un numero indefinito di finalità oltre a quella che gli sarebbe propria, per cui vi possono mettere mano l’insegnante tutor, gli altri docenti, lo studente, la famiglia. Sul portfolio l’editoria scolastica si è buttata subito a capofitto per due motivi molto semplici: perché ha ritenuto che gli insegnanti fossero un po’ smarriti di fronte a questo nuovo obbligo e gradissero un aiuto; perché la presenza, nella confezione di un libro, di un fascicolo-portfolio costituiva la garanzia immediatamente visibile e tangibile della rispondenza di quel testo al dettato della riforma.
Il materiale per il portfolio, oltre alla quantità, presenta molto spesso altre due caratteristiche aberranti: nelle parti in cui lo studente è chiamato a prendere coscienza di sé può trasparire un intento ossessivamente inquisitoriale (in un caso si arriva a chiedere se raccolga figurine e in che modo le conservi), in quelle in cui deve dar prova delle competenze acquisite ci si può trovare di fronte a richieste che metterebbero in difficoltà storici come Le Goff o scienziati come Einstein.
L’evento portfolio, così come si è delineato nella realtà scolastica e editoriale, induce a un’ultima riflessione di carattere più generale: la stagione della scuola che apre gli occhi, propri e degli studenti, sul mondo e dei libri come veicoli della realtà esterna è veramente finita; la scuola si è richiusa nella sua logica interna, i libri tendono sempre più a mettere al primo posto il compito di aiutare gli insegnanti ad assolvere gli obblighi burocratico-istituzionali secondo le dettagliate indicazioni ministeriali. Sta diventando percepibile una sorta di circolarità autoreferenziale, per cui anche contenuti di drammatica attualità diventano oggetto non di conoscenza culturale, ma di esercitazione didattica in vista della compilazione di un qualche prestampato, e si riducono alla moda del momento. E, nonostante alcune affermazioni in contrario, il numero delle mode dominanti non è un indicatore di vera ricchezza.