La scuola raccontata dai prof

La scuola italiana è argomento da romanzo. Schiere di insegnanti-scrittori esorcizzano le frustrazioni d’aula, tra riforme più o meno abortite, perdita del ruolo e lamentazioni contrattuali, «scrivendoci sopra» con masochistica ironia, e ormai i vari Starnone, Lodoli e Mastrocola possono contare su un pubblico – di colleghi ed ex studenti – affezionato e «solidale». Il genere funziona e fa sorridere a denti stretti ma, tra scuole «dei plof», parodie de romanzo manzoniano e spiegazioni che hanno come destinatario il cane, rischia di risolversi in una flagellazione autoreferenziale priva di consapevolezza civile. Con qualche eccezione.
 
Si chiama Scusi, prof, ho sbagliato romanzo, l’ha pubblicato Guanda, ed è stato l’ultimo della serie per l’anno 2006: la «serie», ormai un vero e proprio genere, è quella di romanzi sulla scuola scritti da docenti. Qui Alessandro Banda, quarantatreenne bolzanino, usa quella sede dove in genere si appone la scritta «ogni riferimento a fatti reali… » per dichiararsi scherzosamente «persona informata sui fatti» come in un’indagine giudiziaria. Infatti, già autore per Einaudi e per la stessa Guanda di premiate raccolte di racconti, stavolta s’immerge romanzescamente nel suo ambiente quotidiano, giacché – e qui andiamo a leggere nel risvolto – insegna al liceo pedagogico di Merano. Scusi, prof, ho sbagliato romanzo ha un nocciolo gustosissimo: una parodia dei Promessi sposi che – squisitamente colta – riesce a essere originale, benché di parodie il testo manzoniano ne abbia subite già diverse. La polpa che contiene il nocciolo è meno fresca: la scuola, con le sue solite macchiette, i «prof» nevrotici, malvestiti e malpagati. In queste pagine, riscrivono la storia di Renzo e Lucia, così come altri classici, per renderli più digeribili per i loro allievi. Il paese dove l’istituto ha sede è l’immaginario Tragedistan. Insomma, della scuola si ride, ma la sua realtà è tragica.
Chissà se Domenico Starnone vent’anni fa, pubblicando Ex cattedra, avrebbe mai immaginato di non scrivere solo dei corsivi per un quotidiano, «il manifesto», ma di inaugurare un genere narrativo destinato ad aggiungersi al giallo, al rosa, al noir, alla spy story e alla conspiracy novel. Che l’avo delle fiction dalla/sulla scuola sia lui, nel 2006 ce l’ha ricordato Feltrinelli, ripubblicando, in edizione aggiornata, l’antologia Ex cattedra del 1989.
Ma come mai un genere così settoriale rimane sempreverde? Primo, scrivere di scuola, di insegnanti e di studenti significa raccontare un mondo dove passiamo tutti, non è come far romanzo degli oculisti o degli assicuratori. Secondo, nel 2006 come nel 1986, la scuola superiore italiana è sempre quella, nessun ministro ha voluto né potuto davvero riformarla. Con l’aggravante di abbozzi di riforma piovuti, però, ogni lustro. Sicché, il tic del «prof» frustrato mantiene la sua verosimiglianza.
Una ricerca realizzata nel 2006 per lo Iard, l’istituto di studi sociologici, da Vittorio Lodolo D’Oria, mostra che nei nostri licei, tra i professori, dilaga il «DMP». Cos’è? Il disagio mentale professionale. Tra i dirigenti scolastici il 65 % s’è trovato a dover fronteggiare docenti che davano i numeri. Senza, peraltro, avere gli strumenti clinici per farlo.
In effetti quello che possiamo chiamare «genere Starnone» ha dentro una bella componente masochista. Che esplode in un libro uscito sempre l’anno scorso per Longanesi: Perché non sarò mai un insegnante di Gianfranco Giovannone, docente a Pisa. L’autore ha proposto ai suoi allievi il tema che è nel titolo e il volume raccoglie le risposte che ha ottenuto. Tremende. Il «prof» di oggi è temuto oppure odiato come in altri tempi, ma in più, col suo stipendio da metalmeccanico, in una società che venera il dio quattrino, è disprezzato e sbeffeggiato.
Però diciamocelo: proporre una traccia così apodittica, non significava vestirsi da piccione e, armati gli studenti di fucile, invitarli a sparare?
Insomma, con questi insegnanti scrittori che narrano di scuola succede una cosa strana: nel loro caso scrivere non significa mettere a frutto, cioè valorizzare, un’esperienza, come è per la schiera anch’essa ormai folta di magistrati-giallisti; né significa evadere con la fantasia verso altri mondi. No, si scrive per parodiare l’ambiente in cui si vive. Per flagellarsi.
È su una linea appena più dialettica La scuola raccontata al mio cane di Paola Mastrocola, bestsellerista di casa Guanda: qui il tema è la complessità assurda della nostra pubblica istruzione narrata all’essere più da essa lontana, il cane appunto – ma anche l’enigma di una vocazione, quella all’insegnamento (Mastrocola insegna in uno scientifico torinese). L’autrice di La gallina volante anche con questo pamphlet ha fatto il botto: otto edizioni in due anni. L’autoflagellazione del docente evidentemente al pubblico piace.
Paolo Giovannetti, autore de L’Istruzione spiegata ai professori (2006), un saggio in cui cerca di dividere il grano dal loglio nella serie di riforme abortite che si sono abbattute sulla scuola, l’accusa però di «piagnistei» e di «infangare un sistema educativo che disprezza». La tesi di Giovannetti è che quarant’anni di scuola dell’obbligo qualcosa di positivo, in Italia, l’hanno prodotto. E che una cosa (buona) è la riforma Berlinguer, altra (pessima) la riforma Moratti.
Sostanzialmente assai conservatrice la tesi di Emilio Parresiade (nom de plume?) che nella Scuola del P(l)of (2006) con amara goliardia se la prende un po’ con tutto, antichi decreti delegati e attualissima informatica.
Ma, per tornare al docente che scrive, e fa fiction della «sua» scuola, c’è anche qualcuno che dimostra che non è d’obbligo cadere nella trappola del masochismo. I professori e altri professori di Marco Lodoli, uscito nel 2003, era una raccolta di racconti che andava in un’altra direzione: un viaggio narrativo intorno al proprio mestiere, una moltiplicazione degli echi che la parola «professore» suscita e dei luoghi impensati in cui può celarsi la relazione maestro-allievo. Una raccolta, insomma, nata da un gesto equivalente a quello di buttare un sasso in uno stagno e vedere quante onde circolari esso provochi.
Così, c’è un altro motivo per avere nostalgia di Sandro Onofri. Insegnante-romanziere. Che preferì tornare in cattedra invece che perpetuare l’esperienza temporanea di giornalista. In Registro di classe, uscito postumo per Einaudi nel 2000, ci mostrò come insegnare in un istituto della periferia romana (banlieue vecchio stile, proletaria) potesse trasformarsi in una lettura civile giorno per giorno, a 360 gradi, del mondo in cui viviamo. Con rabbia, sì, ma anche con amore.