Una legge per l’editoria. Fine annunciata dei contributi a pioggia

Di fronte alla cronica crisi del mondo della carta stampata, ecco una nuova serie di provvedimenti da parte del Governo: dalla liberalizzazione dei punti vendita alle norme sui prodotti multimediali sino a una più aggiornata disciplina previdenziale.
Tuttavia rimane aperta ancora la fondamentale – e spinosa – questione della progressiva riduzione dei finanziamenti diretti dello Stato ai giornali di partito: senza colpire nessuno in particolare, ma per eliminare le derive clientelari e le distorsioni degli ultimi anni.
 
Quotidiani e periodici in difficoltà, crisi cronica del libro: tutto, naturalmente a vantaggio della tv. Niente di nuovo sotto il sole. Di crisi dell’editoria in Italia si parla da anni.
Il problema, che ha investito diversi ambiti, dalla scuola ai mezzi di comunicazione, è stato discusso in varie sedi e ha portato a una conclamata certezza: per superare la drammatica stagnazione del mercato editoriale non esiste un’unica soluzione. Un rapporto della Presidenza del Consiglio dei ministri di tre anni fa faceva risalire la curva discendente oltre che al dato strutturale della scarsa propensione alla lettura degli italiani, all’insufficiente differenziazione dei prodotti editoriali e alle strozzature del sistema distributivo. Un’analisi che ha trovato diversi riscontri e che a vari livelli, politico e economico, ha fatto crescere l’esigenza dello studio di una strategia complessiva che, superando la competizione dei singoli media, ponesse in sinergia tutti i principali strumenti della comunicazione di massa (carta stampata, televisione, libro e informazione on-line). Per alcuni, come il sottosegretario alla comunicazione del governo Vincenzo Vita, lo stallo può essere superato solo attraverso una efficace ridistribuzione delle quote pubblicitarie, visto che oggi il 90% della pubblicità italiana viene gestita dal duopolio Rai-Mediaset: tutto questo, oltre a un danno molto grave alla piccola e media editoria, causerebbe un rallentamento dell’evoluzione tecnologica del mercato telematica. Da qui, l’esigenza di approvare al più presto una nuova norma sull’emittenza radiotelevisiva (legge 1 138) che porti a un riassetto del mercato pubblicitario e immetta l’Italia nell’era della televisione digitale.
In questa rivoluzione a tutto campo che ha preso il via con la liberalizzazione dei punti vendita delle testate (oggi giornali e periodici sono distribuiti in 3 .500 strutture commerciali) e che dovrebbe essere completata dall’approvazione della legge sul diritto d’autore, la proposta del marzo scorso di un Disegno di legge che detti «nuove norme sull’editoria e i prodotti multimediali» rappresenta una tappa fondamentale.
Anche se la precedente normativa (la legge 416, che introduceva una serie di disposizioni sulla trasparenza delle imprese e di limiti antitrust) risaliva appena al 1981, una nuova riforma era stata auspicata da più parti nell’ottica dello sviluppo di strategie differenziate. Al punto che oggi, pur con alcune modifiche richieste dai vari soggetti interessati, sindacati e imprenditori concordano sul fatto che si tratti di un traguardo significativo, da approvare in tempi brevi. Una svolta che, in tempi di globalizzazione, dovrebbe far uscire il settore dal ghetto italiano, per poter crescere e competere con i mercati stranieri.
Con la nuova legge si sancisce, infatti, il passaggio dell’editoria all’era della multimedialità. Negli ultimi anni, la crescita dell’editoria elettronica (cd rom), in Internet sviluppo rispetto ad altri «supporti classici», ha allargato notevolmente il mondo delle imprese editoriali. Nel DDL del governo il settore viene ridisegnato sulle iniziative on-line, che possono così usufruire dei vantaggi finora riservati soltanto a quotidiani e periodici. Da un generico sostegno all’attività editoriale si passerebbe infatti a crediti agevolati e sgravi fiscali per chi investe nel rinnovamento del prodotto, con un alleggerimento di spese complessive per chi avvia una nuova attività. Nonostante le successive modifiche e integrazioni della 416, questo problema non era mai stato affrontato cercando soluzioni orientate a semplificare le numerose procedure burocratiche che impedivano la reale attivazione di nuove e efficienti dinamiche di mercato. L’altra faccia della medaglia, e perno del DDL, riguarda la riqualificazione del meccanismo di intervento pubblico, con l’abbandono di un «approccio assistenzialista» e un passaggio dal soggetto al progetto (eliminando i cosiddetti contributi a pioggia), per raggiungere uno standard di finanziamento pubblico adeguato alle normative europee. Una riqualificazione che dovrebbe avvenire riducendo progressivamente le provvidenze dirette a fondo perduto in tempi ben precisi: nel giro di cinque anni il contributo diretto ai giornali verrebbe sostituito da quello indiretto. Un mondo a parte, in questo contesto, rimane quello rappresentato dalle testate italiane all’estero, l’editoria speciale periodica e l’editoria delle associazioni dei consumatori. Per favorire la diffusione culturale e la divulgazione, verrebbe infatti aumentato il sostegno alle testate italiane che operano nel mondo, con un contributo di quattro miliardi senza limiti temporali. Altri punti centrali, i capitoli che riguardano il campo della disciplina previdenziale, l’ampliamento della cassa integrazione ai giornalisti pubblicisti e praticanti, l’individuazione di uno sbarramento ai prepensionamenti per i poligrafici, e la pensione o la liquidazione anticipata a 58 anni con la costituzione di un fondo per la mobilità e la riqualificazione di giornalisti per favorire le uscite consensuali di personale in esubero. Complessivamente una proposta che ha ricevuto il plauso della Fnsi (Federazione Nazionale Stampa Italiana) e della Fieg (Federazione Italiana Editori Giornali). Per Mario Ciancio Sanfilippo, presidente della Fieg, i caratteri più positivi del testo sarebbero quelli di «non essere discriminatorio» e nello stesso tempo «di rispettare le leggi del mercato». Mentre Paolo Serventi Longhi, segretario della Fnsi, suggerisce di «indicare i criteri certi di individuazione dei motivi di crisi di un’azienda». L’estensione della cassa integrazione ai periodici potrebbe comportare per l’Inpgi un onere ulteriore: importantissimo, quindi, avere la certezza assoluta che l’uso di denaro pubblico sia davvero motivato da stati di crisi. Altro tema delicato quello rappresentato dall’editoria on-line della quale, secondo Serventi Longhi, nel nuovo DDL bisogna smascherare gli aspetti che dequalificano l’informazione stessa. «Una situazione preoccupante» la definisce il segretario della Fnsi «aggravata anche dal fatto che la stragrande maggioranza delle imprese, grandi e piccole, fanno informazione sul web senza nemmeno aver registrato in tribunale le testate e senza nominare i responsabili del prodotto». Preoccupazione anche in sede Fsie, la Federazione della Stampa Italiana all’Estero. Secondo il segretario generale Giuseppe Della Noce, infatti, per quello che riguarda le testate che operano fuori del territorio nazionale, il piano presentato dal governo ha bisogno di alcune modifiche sostanziali. «Si fa presto a dire che si concedono facilitazioni previdenziali, bancarie, creditizie. Ma come può fruirne direttamente chi opera in regimi previdenziali e creditizi esteri?».
Tuttavia, la «fondamentale questione aperta», come ha sottolineato anche Vannino Chiti, nuovo sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del governo Amato con delega all’editoria, è un’altra. Oltre al tema delle tariffe postali per la spedizione dei periodici – un problema che altrimenti porterebbe alla morte dei piccoli editori -, la tematica più scottante è quella legata al futuro dei giornali di partito, per i quali il provvedimento prevede una riduzione degli aiuti pubblici. Nel giro di cinque-sette anni, si è visto, la riforma farebbe scomparire i finanziamenti diretti dello Stato alle iniziative editoriali, con lo scopo di favorire nuove imprese. Per Chiti, che sin dall’inizio ha fatto «pressing» perché la nuova legge fosse approvata entro il 2001, si tratta di un provvedimento senza il quale non è possibile un vero risanamento del settore. Il sottosegretario all’editoria ha chiesto «un esame rigoroso per capire quale sia l’essenza di questa editoria dei movimenti politici dato che l’attività di molte di queste imprese non è tale da un punto di vista editoriale e di mercato». Molto vicina la posizione di Giuseppe Giulietti, relatore del testo del DDL che ha criticato la precedente normativa sul tema. Se nelle intenzioni del governo c’è di fatto «l’intenzione di non colpire nessuno in particolare», il punto è ammettere di essere responsabili di alcune leggi sbagliate. «La legge che ha moltiplicato i giornali di partito è una legge sbagliata perché ha dato vita a derive clientelari, distorsioni e sperperi». Così, se venisse approvato il DDL, l’Italia sarebbe posta sullo stesso piano di quanto accade in Francia e in molti paesi d’Europa. Giulietti, nel corso di un convegno che si è tenuto a Milano nel giugno scorso, ha ventilato la prospettiva di inserire l’editoria politica nella legge sul finanziamento pubblico ai partiti, nel capitolo della comunicazione. In questo modo sarebbero i partiti a decidere se vogliono farsi la radio o l’agenzia o il quotidiano.
Un tema spinoso. Se la legge, infatti, cerca di sanare «derive clientelari» riguardanti alcuni giornali che godevano del finanziamento pur avendo una distribuzione non uniforme in tutta Italia, d’altro canto il prezzo da pagare sembra alto. Gli editori interessati non accettano di essere etichettati e anche molto più controllati, come avverrebbe se prendessero contributi attraverso la legge sul finanziamento dei partiti. Una controproposta, a possibile sostanziale modifica di questa parte del DDL, riguarda il criterio secondo il quale questi contributi potrebbero essere versati. Non più in base alle copie stampate, meccanismo che negli anni scorsi ha creato situazioni irreali, con quotidiani che vendevano cento copie finanziati per 5 miliardi l’anno, ma tenendo conto delle copie diffuse su tutto il territorio nazionale (in Italia esistono 36.000 edicole, per avere il finanziamento bisognerebbe essere presenti almeno in 18.000). L’idea che l’editoria di opinione e di partito non debba scomparire, in quanto essenziale per la cultura delle idee del Paese, non viene messa in dubbio dal DDL. Di fatto, però, il problema resta. E non riguarda solo quotidiani come l’«Unità», che attraverso il finanziamento non è riuscita a tamponare la drammatica crisi che ha portato alla sospensione delle pubblicazioni: ma anche il «Foglio», la «Padania», il «Popolo». Giornali con diversa immagine, pubblico e diffusione ma che, alla luce di questo DDL, potrebbero ritrovarsi uniti, loro malgrado, nella stessa sorte.