Webstar, libroidi e prosimetri. A che genere giochiamo?

Autori che non sono autori, libri che non sono libri, scritti a uso e consumo di lettori che non leggono. Le fortunatissime opere a firma delle star del web sono tutti libroidi destinati a ballare una sola estate? L’insieme, a una lettura critica, si rivela più articolato, con qualche esito sorprendente. Oltre YouTube c’è di più: impianto narrativo classico e declinazione social possono convivere, arrivando a recuperare persino forme e generi della tradizione letteraria. A patto però di imparare “le regole del gioco”.
 
In principio c’erano i comici. Poi è arrivata la falange degli chef – preferibilmente bellocci e magari un po’ piacioni – e dei food blogger. Calciatori, cantanti e celebrity assortite ci sono sempre stati. Oggi – ma in effetti, nell’ultimo quinquennio – gli autori extraletterari che scalano le classifiche, della varia e non solo (e dettano la linea, della varia e non solo) di professione fanno gli youtuber (da YouTube), i muser (da Musical.ly, ora TikTok), gli instagrammer (da Instagram).
Giovanissimi, carini e transmediali, i nuovi creators si chiamano Cicciogamer, Me contro Te, #Valespo, Mates, Dexter, Luciano Spinelli, Matt&Bise, Samantha Frison, Cleo Toms, Iris Ferrari: sono quasi tutti all’esordio librario, ma ciascuno di loro conta su una community di riferimento numerosissima, fedele, entusiasta e partecipativa – a cui non a caso vengono affibbiati nomignoli variamente kawaii quali “trote” (Me contro Te), “unicorni” (Iris Ferrari), “mermaids” (Cleo Toms), ad avvalorare la vicinanza informale data dall’interazione via social diretta e continua.
È proprio il cospicuo pacchetto di iscritti al canale, follower del profilo e utenti delle varie community che spiega, almeno a livello quantitativo, lo sterminato successo di questi nuovi affabulatori, ma anche la loro appetibilità per gli editori librari: ciascun youtuber infatti non “viaggia da solo” ma porta con sé un pubblico, non necessariamente di lettori – molti non lo erano prima, e non lo diventeranno poi – ma con due caratteristiche peculiari e particolarmente interessanti per l’elaborazione di strategie di mercato: in primo luogo, si tratta di un pubblico vastissimo, soprattutto se rapportato agli ordini di grandezza editoriali medi, e perciò capace di far schizzare alle stelle le visualizzazioni di anticipazioni e booktrailer, trasformare presentazioni e firmacopie in happening di massa e scompaginare piani editoriali, tirature e rendiconti; in seconda istanza, è un pubblico iperconnesso, quindi quantificabile, raggiungibile e profilabile con precisione, e nel tempo, in maniera molto più efficace di quanto potesse accadere in passato con la fan base di un cantante o un calciatore.
Per gli editori librari, si è trattato di cogliere la sfida del “fenomeno youtuber” e trasformarla (volontariamente e con profitto, sia chiaro) in opportunità, confezionando libri che non sono (proprio) libri, firmati da autori che (per lo più) non sono autori e destinati a lettori che (spesso) non leggono: “libroidi” – secondo la celebre definizione coniata da Gian Arturo Ferrari e attestata sulla Treccani come «Libro di argomento vario (ritratto autobiografico, collezione di barzellette, ricettario ecc.), firmato da un personaggio celebre». Ma si sa, mercato oblige. E allora, “fàmolo libro”.
Messo al centro di un setting che assomiglia più alla progettazione e al lancio di un prodotto in edizione limitata, il “libroide powered by social è un oggetto del desiderio reale, dotato di indubbio valore – infatti i fan sono disposti a pagare per possedere la propria copia, laddove magari per altri prodotti e contenuti è ormai abitudine ricorrere a varie forme di noleggio, prestito o condivisione, fino alla pirateria – ma non viene concepito, comunicato, fruito e valutato “come un libro”, al di là dell’immediata riconoscibilità a livello di oggetto fisico: funziona piuttosto come ulteriore attestato di appartenenza alla community o pass per accedere all’esperienza-incontro (un po’ come potrebbe succedere per un concerto, uno showcooking o una sessione di trucco), per diventare infine un prezioso oggetto-ricordo del momento vissuto insieme al proprio beniamino e agli altri membri del gruppo.
Sul sito Mondadori Electa – il marchio editoriale cui va riconosciuto il merito di aver creduto nel fenomeno da tempi non sospetti, e per cui sono usciti i massimi successi dell’ultima stagione, Il fantalibro di Me contro Te e Una di voi – questa variopinta ma a suo modo coerente galassia viene presentata sotto la macroetichetta “Genere: Webstar” (al pari di “Cucina”, “Design”, “Storie d’impresa”, “Natura e verde”…). Ma di che genere parliamo quando parliamo di “Webstar”?
Chiarito che non si tratta di un genere canonico né codificato, ma di una efficace sottocategoria editoriale, nella assoluta maggioranza dei casi i contenuti dei “libri degli youtuber” sono in continuum – né potrebbe essere diversamente, per non deludere i follower di cui sopra – con quelli delle pagine social a firma dell’autore-webstar: racconto di sé, aneddoti, raccolte di frasi e pensieri (i topoi di genere qui si chiamano challenge – sfida –, epic fail – disastro, figuraccia – e room tour – visita guidata della stanza, che spesso è il luogo stesso di registrazione dei video), fino al momento “Adesso tocca a te!” (call to action) rivolto al lettore – tipicamente, nel caso dei Me contro Te – con l’invito a scrivere, disegnare, mettersi alla prova con divertenti sfide da solo o con gli amici, come in una sorta di album-quaderno operativo “da grandi”: «E una volta arrivati alla fine questo libro diventerà una vera e propria “opera d’arte” da conservare gelosamente! – Luì & Sofì».
Quando l’impianto e lo specchio della pagina sono più tradizionali, quasi canonici, prevale nettamente la narrazione esperienziale in prima persona (c’è un certo pudore, da parte dei diretti interessati, a definirla “autobiografia”, trattandosi per lo più di protagonisti under 20) più o meno romanzata, anche per l’inevitabile intervento “editoriale”, nonostante un richiamo ricorrente e insistito a una narrazione “senza filtro”, con l’idea di restituire la vicenda di una normalissima persona speciale che “ce l’ha fatta”.
Il più felice inveramento di questa tendenza è Iris Ferrari, quindicenne autrice del bestseller Una di voi: «Quella che troverete qui sono proprio io, nella mia semplicità, nei miei momenti sì e in quelli no, una ragazza come voi, con tanti sogni e tanta passione che mette in tutto ciò che fa… una di voi» si legge in posizione strategica sulla quarta di copertina. A fare da corollario a questa dichiarazione programmatica, il contenuto del volume spazia tra piccole storie di famiglia e animali domestici, scuola e vacanze, fragilità, passioni e sogni, con una lingua piana, frasi brevi, nessun (respingente!) compiacimento letterario e pagine-bacheca dalla grafica fresca e colorata che raccolgono ulteriori curiosità sull’autrice, ad avvalorare il titolo-messaggio di rispecchiamento a chilometro zero con il pubblico dei coetanei: «Ho portato l’apparecchio per diverso tempo e l’ho tolto a settembre del 2016»; «Soffro molto l’automobile e, a volte, anche l’aereo»; «Ho il terrore delle api»; «La materia scolastica che non mi piace è matematica». Non mancano nemmeno in questo caso pagine in cui viene richiesto l’intervento dei lettori, come nel finale: «Cari unicorni, vi invito a scrivere qui tutto quello che vi passa per la testa. Se vi fa piacere, potrete condividere con me i vostri pensieri attraverso i social network». E c’è da credere che la community abbia risposto con slancio, se è vero che il nuovo libro dell’autrice, già annunciato in uscita nel 2019 si intitolerà, con rassicurante inclusiva coerenza, Le nostre emozioni.
Il gioco (non necessariamente tematizzato, a volte nemmeno consapevole) tra autore reale-autore implicito-narratore-io narrante-personaggio che caratterizza buona parte delle opere a firma di youtuber & co. assume una connotazione scoperta e particolarissima nel «primo romanzo di una delle webstar più amate e seguite»: Le #piccolecose che amo di te di Cleo Toms (cui è seguito La magia delle #piccolecose). Il romanzo – un modesto piccolo Bildungsroman al femminile, anzi: #piccolobildungsroman, punteggiato di illustrazioni in bianco e nero che restituiscono sulla pagina le immagini postate dalla protagonista, con tanto di hashtag e commenti – è preceduto da una missiva indirizzata a chi legge: «Cara lettrice, caro lettore, sono molto felice di poter condividere con te questo romanzo che sognavo di scrivere da tempo, e volevo avvisarti di una cosa: forse leggendo la storia di Luna ti chiederai se ho raccontato le stesse vicende e le stesse emozioni che ho vissuto anch’io. La risposta è: in parte sì, ma in parte ho voluto lasciare libera la fantasia e raccontare questo personaggio e i suoi amici così come li immaginavo. Qua e là troverai alcune parole segnate così*, corrispondono a delle note alla fine del libro dove spiego proprio le differenze tra la mia esperienza e quella di Luna. Buona lettura! Cleo». Le «note alla fine del libro» effettivamente mettono insieme un variegato e piuttosto spassoso repertorio delle analogie, differenze e specificità che caratterizzano Cleo (autrice) e Luna (protagonista), tra ingenuità di rispecchiamento e una certa goffa autocoscienza autoriale, già nella scelta delle occorrenze ma più ancora nel dettato: «Primark. Primark è una catena di negozi irlandesi […] io ho il pigiama di Grifondoro di Harry Potter, ma ho immaginato che Luna invece avesse la camicia da notte»; «Berlino. […] Ricordo la Porta di Brandeburgo, mi piaceva tanto quel monumento […] da lì si poteva andare anche in vari negozi e poi proprio davanti alla Porta c’era uno Starbucks dove sono tornata più volte. […] mi piace che ci sia sempre questo alternarsi di moderno e antico e non due aree distinte»; «Alba. Ho scelto Alba come paese di Luna perché si trova in un’altra regione ma non è troppo distante da Milano, e poi ha un nome che si rifa al cielo, come la luna e il sole»; «Il concerto mancato. Per questo episodio ho preso ispirazione da ciò che è successo anche a me: è l’unica parte in cui faccio fare a Luna qualcosa che è successo esattamente anche a me»; «La mamma di Luna. Per il personaggio della mamma ho preso ispirazione dai telefilm più famosi, in cui c’è sempre un personaggio che contrasta la protagonista».
È diffìcile sforzarsi di non sorridere – non essendo coetanei dell’autrice, né lettori ideali – di fronte all’accoppiata Porta di Brandeburgo-Starbucks sulla sfondo di Berlino città che non ha «due aree distinte», o al «personaggio che contrasta la protagonista» che viene ispirato addirittura dai «telefilm più famosi» (con buona pace di Propp; ma pure di Cenerentola); d’altra parte, bisogna ammettere che c’è una buona dose di impegno in questa modalità di accostarsi alla novità della narrazione in forma libraria fornendo una sorta di “istruzioni per l’uso”, consapevoli che non si tratta di una story di Instagram.
L’embrionale consapevolezza narrativa è in effetti uno dei punti che differenzia le webstar che “ballano una sola estate” con i loro libroidi a uso e consumo dei follower, da quelli che viceversa scelgono di lanciarsi in avventure editoriali di più ampio respiro e per forza di cose devono seguire – in qualche caso imparare, fosse pure per infrangerle – le “regole del gioco” della narrativa. In prima persona, e poi insieme alla loro community di (non) lettori.
Qualcosa di simile, almeno per alcuni tratti, si ritrova – curiosamente ma nemmeno troppo – nei paratesti dei romanzi di un’altra scrittrice che originariamente arriva dal web, ma che è alla seconda prova narrativa per Mondadori e ha già assunto il ruolo di esempio e ispirazione (per non dire “mito”) per le colleghe più giovani, tra cui anche la già citata Iris Ferrati: Sofia Viscardi.
«Succede anche che Sofia Viscardi si sia alzata alle cinque di mattina per scattare la foto di un’alba milanese. […] una scena clou che accade nel suo romanzo […]. Succede racconta la vita di Margherita, una ragazza che somiglia un po’ a Sofia […] E quella fase della vita in cui ci si fanno tante domande. E Sofia Viscardi risponde con Succede, un romanzo allegro come una festa tra ragazzi di notte su un tetto, che diviene, nella seconda parte, come fossimo in un videogioco che passa di livello, un intenso diario delle emozioni, delle sensazioni, delle passioni. Dei sentimenti. Tutti da sperimentare. Un diario veloce e incalzante scritto in diretta e per post: come su Facebook» si legge nell’aletta di Succede, romanzo d’esordio dell’autrice. Peculiare anche il testo della fascetta, che affastella ben tre indicazioni di genere, con successiva specificazione – se ci azzardiamo a considerare «storia di crescita» un sinonimo friendly di «romanzo di formazione» «4 ragazzi. Il diario delle loro emozioni. Una storia di crescita scritta in una lingua nuova, quella dei millenials» diventerà infatti, nella quarta di copertina dell’edizione Oscar: «4 ragazzi. Il romanzo delle loro emozioni. Una storia di crescita scritta in una lingua nuova, quella della Generazione Z.»
Ancora più didascaliche, al limite del manuale “Rieducational lettori deboli”, le indicazioni presenti sull’aletta di Abbastanza, opera seconda della stessa Viscardi: «All’inizio di questa storia i protagonisti non sono amici. […] Come succede spesso prima dei vent’anni, però, dei perfetti sconosciuti diventano amici inseparabili […]. Ma detto in questo modo sembra tutto di una banalità estrema. Potrei dirvi tante altre cose, per convincervi che non è così […]. Però, più che altro, è figo se lo leggete, che spero sia un po’ come viverlo, perché quello era il mio intento mentre lo scrivevo. Farlo vivere a chi l’avrebbe letto, dico» fino al didattico: «Il tutto è raccontato un po’ come capita, in ordine sparso, con qualche flashback e persino qualche flashforward, che è il contrario del flashback, cioè racconta prima una cosa che capita dopo, da tanti punti di vista diversi».
È vero che la struttura di Abbastanza è polifonica e franta come una serie di scene girate da diversi punti di vista e poi montate in rapida successione, così come è senz’altro vincente (Volo docet) assumere un atteggiamento accogliente e non spocchioso nei confronti dei lettori sprovvisti di studi di narratologia: nonostante ciò, stupisce un po’ che dopo anni di Lost, articolatissime distopie e serie tv con un montaggio caleidoscopico un eventuale iniziale straniamento nei lettori elettivi, che quasi sicuramente hanno già frequentato questi artifici narrativi, debba essere addirittura oggetto di un warning preventivo.
Con Sofia Viscardi siamo passati al sottoinsieme autoriale “webstar liceali”, di cui fa parte anche Elisa Maino, autrice del fortunatissimo #Ops, come si premura di sottolineare la bio in aletta, marcando così in un certo senso la distanza dai personaggi per cui il successo sul web ha invece avuto il significato di una rivincita o un riscatto sociale: «A soli quindici anni è la muser più seguita in Italia […]. Frequenta il liceo classico e adora il greco. Come ogni adolescente si interessa di musica e serie tv, anche se la sua vera passione è la danza».
Il suo romanzo, a dispetto del titolo con hashtag, è sicuramente il più canonico di questa breve rassegna: lo possiamo sospettare sin dalle prime righe dall’incipit «Occhi colore del mare, lui le sorride e le sfiora la mano, lei arretra di qualche passo, come un cerbiatto davanti al cacciatore…»; ce ne convinciamo poche pagine dopo, alla prima occorrenza in cui compare indirettamente “lui”, con una chiusa degna della sventurata manzoniana («In cima alla montagna, trenta minuti a piedi da qui, vicino a casa di Chris. Chris chi? […] “Sì” ripeto io. Ed è da quel “sì” che inizia la mia storia.») e ne abbiamo certezza quando la protagonista femminile Evelyn – la cui vera passione è la danza, cvd – finalmente incontra di persona il protagonista maschile Chris, dopo che il ragazzo si è prodotto in un tuffo ad angelo dall’altissima roccia a picco sul lago, che nemmeno Furio di Villafranca: «Il suo corpo forte e compatto scende perpendicolarmente al cielo, poi accarezza l’acqua che si apre, accogliendolo […]. Quello che dovrebbe essere Chris mi lancia un’occhiata da lontano, ha glaciali occhi verdi leggermente a mandorla […]. Chris mi guarda dritto negli occhi, io abbasso lo sguardo. Sono di un verde smeraldo acceso, gelidi e avvolgenti allo stesso tempo».
Siamo in presenza di un vero, classico romanzo rosa (non a caso inizia come Signorsì, prosegue come Dirty Dancing e finisce come Flash dance), in cui però non mancano stilemi e scene caratteristiche dell’interferenza “social creator” / “autore di libri” –: dalla “morning routine” della protagonista con dettagli su colazione, outfit e trucco – con tanto di modelli e marchi –, alla descrizione degli ambienti come fosse un “room tour”, alle sfide (le famose challenge) di vario tipo.
Impianto narrativo classico e declinazione social, comunque sempre presente nella quotidianità dei personaggi – la ricerca del “campo” è in fondo il motore della vicenda e fornisce pretesto e occasione all’incontro-scontro dei due protagonisti –, convivono però nel romanzo di Maino con una peculiare e programmatica “ode alla disconnessione” preannunciata sin dall’aletta; la constatazione «in mezzo alla natura incontaminata non c’è spazio per la tecnologia. Esatto: nessuna connessione internet! Come sopravvivere a un’estate senza social?» svela infatti nel giro di un pugno di righe il suo carattere di “provvida sventura”: «Senza poter chattare […] per la prima volta Evy alzerà gli occhi dallo smartphone […] e scoprirà un panorama che non ha bisogno dei filtri di Instagram per essere perfetto».
Questa dialettica “social o non social”, per quanto il messaggio “la vita vera è fuori dai social” possa apparire un po’ paradossale nelle opere narrative di autori che devono la loro notorietà proprio alle storie raccontate tramite media diversi dall’editoria libraria, in realtà ne avvalora l’essere consustanziale alla vita reale di autori e lettori, e si ritrova anche nel corpus di Francesco Sole, oltre che in una sua poesia diventata canzone, anzi una “poesia musicale” (dedicata all’allora fidanzata… Sofìa Viscardi!) in cui una rima orecchiabile strizza l’occhio proprio alle facili polemiche versus l’iperconnessione, invalidandone di fatto la vis: «Dicono che guardo troppo il cellulare / ma io guardo te. Cosa vuoi che ti dica / sei la mia notifica preferita ! »
Producer, scrittore, conduttore tv e influencer – come si legge nella bio ufficiale –, aria sorniona e la consapevolezza di chi è già al quinto libro con Mondadori (oltre che, per esempio, estensore della Prefazione a Una di voi di Iris Ferrari), Francesco Sole supera la definizione di genere nel momento stesso in cui la attraversa, se è vero che dal suo esordio «lancia un nuovo formato di comunicazione che diventa presto il suo emblema: frasi motivazionali scritte sui post-it, raccolte da Mondadori nel libro Stati d’animo su fogli di carta» (con testi come: «Ricorda: vivere è come disegnare ma senza una gomma per cancellare!»; «le vere storie a lieto fine sono quelle che non finiscono»; «Ricorda: abbiamo 1 bocca e 2 orecchie. Forse perché dovremmo ascoltare di più e parlare la metà»). Seguiranno Mollato cronico. Romanzo; Ti voglio bene, #poesie; #Tiamo. #poesie – per la rubrica “più hashtag per tutti” –; e il recentissimo Raggiustacuori. Romanzo. Storia del Piccolo Poeta e delle sue cento poesie che cambiano la vita.
Con il Piccolo Poeta, che arriva dopo le #piccolecose e il citatissimo come classico di riferimento – Piccolo principe, non siamo però ancora al limite estremo del gioco di ibridazione tra i generi (sempre Sole ci gioca nuovamente su, in uno dei racconti dell’Aggiustacuori: «Scusate, mi è caduta una poesia…»): l’ultimo romanzo è comunque un volume a dittico, con una prima parte dedicata alla prosa e una seconda alle poesie.
La punta più avanzata (con un ibrido che in realtà è poi un richiamo iperclassico) la tocca l’esordiente Marzia Sicignano con Io, te e il mare, recente e peculiarissimo successo a firma di una instagrammer, questa volta. L’autrice, poco più che ventenne, «ha iniziato a pubblicare le sue poesie sulla sua pagina Instagram “Io, te e il mare” […] questo è il suo primo romanzo». Romanzo senza etichetta di genere in copertina, «romanzo particolarissimo, in cui i sentimenti si muovono liberamente attraverso le poesie e la prosa» si legge nell’aletta.
In effetti la storia di amore, disamore, insicurezza e nostalgia raccontata dall’io narrante protagonista – non «il mio primo amore», ma «il mio primo vero amore, e c’è una bella differenza» – viene restituita nell’iperclassica forma del prosimetro (vale a dire un’opera composta da parti in prosa e parti in versi – l’esempio principe nella letteratura italiana è la Vita nova dantesca), cui si aggiungono anche le conturbanti illustrazioni al tratto di Regardes Coupables.
Le parti narrative fungono da raccordo tra i componimenti poetici, che costituiscono il nucleo primigenio della storia e scopertamente la cadenza più congeniale all’autrice, che infatti ne ripropone le movenze anche nelle prose, dense di figure retoriche e stilemi poetici, prima su tutte l’anafora: «Tu mi hai fregato. Un attimo prima era un gioco e quello dopo non riuscivo più a staccarmi da te […]. Mi hai fregato. Un minuto prima era un gioco e quello dopo tutto era cambiato. […] Tu m’hai fregato. Un secondo prima era un gioco e quello dopo era un gioco che m’avrebbe salvato»; «Nonostante tutte quelle volte che non ci siamo capiti […] nonostante le tue colpe inammissibili […] nonostante quelle volte che io volevo te e tu non c’eri […] nonostante gli avvisi di sfratto al cuore […] nonostante le cose tanto brutte […] nonostante le parole che invece non ti detto mai […]»; «Vorrei mancarti […]. Io ti vorrei mancare perché mi manchi»; «non avevo capito che la mia insicurezza aveva così tanta fame da mangiarsi il tuo amore delizioso»; «tu sei tutte le mie prime volte».
Pubblicato nella collezione «Novel» di Mondadori (che forse non indica un’etichetta di genere ma solo di collana, e in ogni caso è la stessa dell’Aggiustacuori e di Abbastanza, e sembra aver raccolto un po’ l’eredità della collana «Arcobaleno», in cui era uscito Succede e le precedenti opere di Sole), lo, te e il mare – e il suo notevole successo di vendita – sembra spaginare nuovamente la mappa dei generi frequentati dai nuovi autori e lettori, e sarà tanto più interessante vedere come evolveranno le scelte dell’autrice – e dell’editore, e dei lettori – nell’opera seconda, Aria, già annunciata per il primo semestre 2019, ovviamente via social («Ho consegnato il secondo libro. […] E una storia a cui tengo molto, e non vedo già l’ora che possiate leggerla. “ARIA” per tutte le volte che t’è mancata l’aria.»).
Nel frattempo, a movimentare ulteriormente il panorama è fresco di stampa, sempre per «Novel» di Mondadori, Il numero più grande è due, “romanzo poetico” a firma di Fabrizio Caramagna. Torinese, classe ’69 e comprensibilmente più attivo sul “vetusto” Facebook, Caramagna è fondatore di un sito di aforismi e ha scritto una storia – d’amore, ça va sans dire – composta appunto solo da aforismi e poesie brevi in successione, un libro con «solo le frasi che il lettore vorrebbe sottolineare»; «una storia romantica che si compone verso dopo verso […] Un canzoniere d’amore e altre meraviglie […]. Per tutte le ballerine del carillon innamorate della musica rock» (sic!). E, a suo modo, anche questo un libro nato dal mondo social, tanto più se l’autore ci tiene a precisare che «l’aforisma è, insieme al selfie, la principale forma di comunicazione sui social». Un Canzoniere di selfie in forma di aforismi: qualcosa di nuovo, anzi d’antico.